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Gustavo Papa 01
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14/09/2012

Notizie in Famiglia - 14 settembre 2012


Sommario

 

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La parola del Padre Generale

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LA VITA DI PREGHIERA BETHARRAMITA

Nei capitoli precedenti della Regola di Vita è emerso con chiarezza che la vita spirituale è la vita del battezzato-consacrato che si lascia guidare dallo Spirito Santo. Una vita di comunione con la persona viva di Gesù, con il quale siamo configurati, al quale abbiamo consacrato la nostra esistenza nella gioia, per poter amare e servire in tutto il Padre e i fratelli..

Questa vita nello Spirito non investe soltanto la nostra vita di preghiera, ma permea tutte le dimensioni della nostra vita: la consacrazione, la comunità e la missione, le attività e le relazioni delle nostre diverse situazioni perché dal giorno del nostro battesimo siamo associati come figli all’offerta di Gesù, il Figlio, a suo Padre, cercando di compiacerlo in tutto.
Per mantener viva un’esperienza così ricca, è necessaria la pratica della preghiera, così come è espressa nell’art 1. Una vita di preghiera che ha come modello Gesù orante (art 70) e che consiste nel coltivare tre atteggiamenti fondamentali: rimanere nel Padre, cioè cercare la sua presenza, ascoltare la sua Parola e accogliere il suo amore (art 71). La vera preghiera ci porta al discernimento, al gusto della Parola di Dio, al riconoscimento e al ringraziamento per i numerosi gesti per mezzo dei quali il Padre buono manifesta il suo amore nella mia vita.

Una preghiera personale che è filiale

La coscienza di essere figli nel Figlio ci predispone a vivere in un atteggiamento permanente di orazione, lode, offerta, ricerca delle intenzioni e dei desideri del Padre (art 74). Adorare è riconoscere il primato di Dio e la nostra radicale dipendenza da lui, in tutto. Lodare è benedire, parlare bene di Dio per le meraviglie che ha operato e continua a operare nella storia dell’umanità, della Congregazione e della nostra stessa vita. Offrire è presentare, consegnare, abbandonare nelle mani di Dio il nostro essere, le nostre risorse e le nostre potenzialità, affinché tutto questo, unito all’offerta di Gesù Cristo sulla Croce e nell’Eucaristia, acquisti quella pienezza che la nostra fragilità umana non gli può conferire.
Cercare le intenzioni e i desideri del Padre significa essere attenti a percepire la volontà di Dio, negli avvenimenti e nelle relazioni che si verificano nella nostra “posizione”, per rispondere con entusiasmo come Gesù: “Eccomi, Padre, vengo per fare la tua volontà”. Questa ricerca trova la sua collocazione nella lectio divina e nell’esame di coscienza quotidiano. Nella lectio divina alla quale dedichiamo un certo tempo ogni mattina e nella quale la Parola di Dio illumina la nostra situazione di vita e apre nuovi cammini di salvezza. La cosa più importante della lectio divina e dell’esame di coscienza è l’esservi fedeli ogni giorno.
È nell’esame di coscienza che analizziamo gli avvenimenti, le situazioni e le relazioni personali per scoprire in essi la presenza di Dio-Amore, che ci sfida, ci mette alla prova, ci purifica e ci offre l’opportunità di crescere in umanità, nel nostro rapporto filiale con Dio e nella fraternità con le persone con le quali viviamo.
Sono strumenti importanti anche il ritiro annuale, l’aiuto di un direttore spirituale, per evitare le illusioni ed essere obiettivi e per ravvivare la fiamma della fede che può languire a causa della routine e delle eccessive esigenze del lavoro apostolico.
Anche tutta la nostra vita è preghiera: il lavoro ben fatto, il rispetto verso le persone che incontriamo, il riposo, il silenzio e la solitudine, perché quando siamo responsabili nella missione che ci è stata affidata e nei servizi della comunità, stiamo facendo la volontà di Dio e servendo gli uomini nostri fratelli. Quando viviamo in questo modo, e così pure quando preghiamo, siamo, con tutta la nostra vita di religiosi, segno e annuncio di Gesù Cristo (RdV 13).

Una preghiera comunitaria che è fraterna

Fonte e culmine della nostra vita cristiana è la celebrazione dell’Eucaristia. Opportunità di vivere la comunione ecclesiale che ci rende fratelli tra noi.
Per la comunione al corpo e al sangue di Cristo lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo (Preghiera eucaristica II). L’Eucaristia continua lungo la giornata, con la celebrazione della liturgia delle ore, con la visita al Santissimo Sacramento, con momenti di adorazione eucaristica comunitaria.
In occasione della “narratio fidei”, condividiamo quello che il Signore opera in noi, per testimoniare il suo amore in mezzo ai nostri fratelli di comunità e incoraggiarli nella fedeltà alla vocazione. Condividere inoltre le meraviglie che il Signore opera nelle persone, nelle comunità e anche quelle opere meravigliose di cui siamo testimoni privilegiati attraverso la nostra vocazione e la nostra missione.

Una preghiera apostolica attenta alle necessità degli altri

Prima di parlare di Dio agli uomini, bisogna parlare a Dio degli uomini. La preghiera che precede o che segue dà alla nostra attività missionaria la vera dimensione per la sua relazione con ciò che è il fondamento della nostra vita, cioè l’incontro con Gesù Cristo vivo, che attira tutti a sé.
La preghiera ci permette di avere uno sguardo evangelico sulle situazioni, sugli avvenimenti e su tutte le realtà umane perché possiamo scoprire i segni e le sfide di Dio nei segni dei tempi.
La preghiera ci permette quindi di scoprire gesti di tenerezza e amore da parte di Dio nella vita degli uomini e inoltre ci permette di offrirli al Padre insieme all’offerta di Gesù sulla Croce e nell’Eucaristia quotidiana.

Le celebrazioni della Congregazione

Sono occasioni per ringraziare Dio del dono del carisma donato a san Michele Garicoïts, cioè quello che siamo e quello che facciamo, ma soprattutto le meraviglie che il Sacro Cuore continua a operare nei nostri fratelli, nelle nostre comunità e in mezzo agli uomini ai quali siamo stati inviati perché Gesù Cristo sia conosciuto, amato e servito.

Gaspar Fernández Pérez, SCJ

 

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smichel.jpgSan Michele Garicoits scrive... 

Dio non ci tratta come schiavi, comunicandoci le sue volontà come farebbe un padrone. Egli ci tratta come figli prediletti, degnandosi persino di farci conoscere i suoi consigli, i suoi progetti. E dice a ciascuno di noi: Se voi mi amate, osservate i miei comandamenti. Chi sarebbe così insensibile da non sentirsi in qualche modo conquistato nell’ascoltare con cuore grande o gioioso Colui che gli parla così, in questi termini e con questa dolcezza straordinaria, incomparabile? Coloro che amano Dio saranno riempiti della sua legge: cura disciplinae, dilectio est; et dilectio custodia legum istius est (l’anelito per l’istruzione è amore, l’amore per lei è l’osservanza delle sue leggi [Sap. 6, 18]). Tutti coloro che amano Dio lo testimoniano mediante la perfetta osservanza delle sue leggi. Il vero amore si rivela in questa misura. (M 374)

 



Verso il 150°

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IL NOSTRO ITINERARIO VERSO IL 150° STA ENTRANDO NEL VIVO

A partire da questo mese di settembre e a ritmo bimensile pubblicheremo alcune schede elaborate specialmente dai Padri Gaston Hialé e Philippe Hourcade per la nostra preparazione al centenario della morte del nostro Santo.
In queste schede, quattro in totale per altrettanti incontri comunitari (per una durata media di 3 ore), verrà proposto un percorso “chiavi in mano” per guidare sia la riflessione personale sia l’incontro comunitario.

Gli autori: Abbiamo sviluppato ogni singola scheda seguendo alcuni misteri del Rosario per sottolineare il profondo legame che unisce l’«Eccomi» di Cristo con l’«Eccomi, sono la serva del Signore» di sua Madre:
• nei misteri Gioiosi, l’Annunciazione;
• nei misteri della Luce, l’annuncio del Vangelo; (ci è sembrato che qui i laici possono affiancarci nello sforzo di essere testimoni e artefici dell’annuncio in questo mondo);
• nei misteri Dolorosi, il cammino verso il Calvario; (qui, potremmo invece pregare la via crucis visto che il Calvario di Bétharram ricorderà a breve i suoi 400 anni);
• nei misteri Gloriosi, l’Ascensione, giorno della morte di San Michele.

Una dinamica di fondo
Il “Manifesto” custodisce la nostra origine; in questo anno può costituire lo strumento per una rilettura comunitaria della vita fraterna e apostolica. Pertanto lo riproporremo suddiviso in 4 sezioni per i 4 incontri. (Il 1° paragrafo per il primo incontro; Il 2° per l’incontro seguente, ecc.). Le tracce di rilettura proposte potranno essere adattate da ogni comunità.
Un ritmo all’unisono
Ci è sembrato importante proporre una cadenza uguale per i 4 incontri, con strumenti di animazione atti a permettere di vivere gli incontri come un ritiro. Certo, ogni comunità rimane libera di organizzarsi. Nella prospettiva indicata dai nostri superiori, ci sembra opportuno, tuttavia, che sia dato un tempo congruo alla condivisione sotto forma di narratio fidei, a partire dalla Parola di Dio suggerita, oppure dal testo del Fondatore.
a – Un momento di preghiera per iniziare: un salmo, la Parola di Dio, un momento di silenzio insieme (10 mn) seguito dalla condivisione di preghiere spontanee.
b – Condivisione a partire da un testo del Fondatore, sotto forma di narratio fidei.
c – Una rilettura della nostra vita religiosa ispirandosi a un passo del Manifesto; i momenti b e c si possono invertire.
d – Una preghiera comunitaria: per gli incontri 1, 2 e 4 suggeriamo di pregare insieme il mistero del Rosario; per il 3° incontro suggeriamo di pregare con il testo meditato della Via Crucis di Bétharram (a cura di P. Hialé).

 

PRIMA SCHEDA  

In ascolto del mistero dell’Annunciazione

 

Primo momento dell’incontro: la preghiera comunitaria

   proposte e tracce:

pregare insieme il salmo 39, quello dell’«Eccomi»
rileggere i seguenti passi: Luca 1,28 e 1,46-48
momento di silenzio (10 min)
condivisione di una preghiera spontanea (intercessione, lode, ringraziamento …)

Condivisione a partire da un testo del carisma,
    proposto come narratio fidei
Si tratta di un testo tratto dalla Dottrina Spirituale pag 134-5.
Come introduzione. San Michele, in questa lettera a una religiosa amica delle Figlie della Croce, condivide la sua esperienza della contemplazione del volto del Padre, entrando nell’esperienza di Maria. La nostra condivisione può essere scandita in due momenti: secondo san Michele, di quale volto del Padre fa esperienza Maria?  E noi, nella nostra esperienza di vita,  quale volto del Padre abbiamo scoperto?

La rilettura della nostra vita religiosa alla luce del Manifesto
    proponiamo di focalizzarci sul primo paragrafo

«È piaciuto a Dio farsi amare, e, mentre noi eravamo suoi nemici, egli ci amò a tal punto da mandarci il suo Figlio unico: ce lo diede perché fosse l’attrattiva che ci avvince all’amore divino, il modello che ci manifesta le regole dell’amore e il mezzo per giungere all’amore divino: Il Figlio di Dio si è fatto carne.»

Fin dalle prime battute siamo invitati ad assumere un atteggiamento di accoglienza e di contemplazione, a vedere anzitutto la relazione che lui desidera avere con noi prima della nostra relazione nei suoi confronti. Si tratta di radicarsi in questa priorità del movimento di amore del Padre in Gesù. Possiamo focalizzare la nostra attenzione anche sulle tre parole che delineano la figura di Cristo: «attrattiva», «modello», «mezzo» e sentire l’eco che hanno in noi, quello che ci suggeriscono per e nella nostra esperienza spirituale (per la preparazione dell’incontro si potrebbero anche rileggere le parole del Papa Benedetto XVI che, nella sua prima enciclica, invitava a cambiare il nostro sguardo su Dio … nella stessa prospettiva di san Michele).

Preghiera comunitaria con il Santo Rosario
Possiamo prendere la decina legata al mistero dell’Annunciazione. Pregare con Maria e in Maria questa Buona Novella di un volto d’amore del Padre che ci invita ad assumere lo stesso atteggiamento di abbandono, a lasciar agire lo Spirito nella nostra vita. E così il frutto di questo mistero potrebbe essere questa richiesta:
ricevere un cuore aperto a un amore totalizzante, un cuore disponibile e gioioso per rispondere «Eccomi» senza indugio, senza calcoli senza rimpianti.
 

Testo di Papa Benedetto XVI, nella sua enciclica “Dio è amore”, nn. 9 e 10 come eco alla prospettiva di un amore divino che cerca, desidera l’amore umano.

 

La novità della fede biblica

9. Vi è anzitutto la nuova immagine di Dio. Nelle culture che circondano il mondo della Bibbia, l’immagine di Dio e degli dei rimane, alla fin fine, poco chiara e in sé contraddittoria …  Esiste un solo Dio, che è il Creatore del cielo e della terra e perciò è anche il Dio di tutti gli uomini. …. Ciò significa che questa sua creatura gli è cara, perché appunto da Lui stesso è stata voluta, da Lui “fatta”. E così appare ora il secondo elemento importante: questo Dio ama l’uomo. … L’unico Dio in cui Israele crede, ama personalmente. Il suo amore, inoltre, è un amore elettivo: tra tutti i popoli Egli sceglie Israele e lo ama - con lo scopo però di guarire, proprio in tal modo, l’intera umanità. Egli ama, e questo suo amore può essere qualificato senz’altro come eros, che tuttavia è anche e totalmente agape.

La storia d’amore di Dio con Israele … consiste  nel fatto che l’uomo, vivendo nella fedeltà all’unico Dio, sperimenta se stesso come colui che è amato da Dio e scopre la gioia nella verità, nella giustizia - la gioia in Dio che diventa la sua essenziale felicità …

10. L’eros di Dio per l’uomo — come abbiamo detto — è insieme totalmente agape. Non soltanto perché viene donato del tutto gratuitamente … ma anche perché è amore che perdona. …  Esso è talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia. Il cristiano vede, in questo, già profilarsi velatamente il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che, facendosi uomo Egli stesso, lo segue fin nella morte e in questo modo riconcilia giustizia e amore.

 


VERSO IL 150° ANNIVERSARIO ...
                                                   PREGHIAMO INSIEME

A partire dal mese di ottobre il Consiglio Generale invierà a tutti i religiosi, tramite i Superiori Regionali e i Vicari Regionali (via E-mail), una preghiera mensile che ci accompagnerà verso il 150° e ci aiuterà a vivere l’anno Micaeliano. La preghiera comune ci unirà tutti, religiosi e laici, in un unico coro e ci farà sentire uniti in ogni Paese di appartenenza e di vita. La preghiera sarà inoltre pubblicata sulla pagina del sito internet dedicata al 150°, il primo giorno del mese.

 

 


 

Spiritualità laicale

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SII PER NOI REGINA!

Il 28 luglio si è celebrato solennemente a Betharram il 100° anniversario dell’incoronazione della Vergine e del Bambino Gesù.
Accanto a Mons. Jean Laffitte (Segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia ed ex-alunno del Collegio di Betharram), una folta partecipazione di religiosi e di laici ha fatto da “corona vivente” alla Madonna di Betharram che continua a tendere il suo “bel ramo” a tutti coloro che la invocano...
Riportiamo uno stralcio della cronaca di questa giornata scritta da un laico betharramita, il Sig. Jean Leid.

28 luglio 2012, ore 9.30, la chiesetta di Lestelle-Bétharram è stipata all’inverosimile. (...)
“Signore, apri le mie labbra.” La giornata inizia con la lode, si annuncia bella e densa. Proprio cent’anni fa, il 28 luglio 1912, la “bianca Madonna” di Betharram e il suo Bambino hanno ricevuto due corone d’oro e di pietre preziose offerte dal Papa San Pio X. Questa incoronazione, la quarta celebrata nella regione dopo Buglose, Sarrance e Lourdes, ha evidenziato quanto fosse importante, in quel periodo, mobilitare i fedeli verso il culto di Maria. Un secolo più tardi, si trattava più che mai di onorare e di amare la Madre del Signore, “Regina dell’universo”, secondo gli stessi termini utilizzati dal Concilio Vaticano II.
(...) Una delegazione di sacerdoti segue la processione formata da diocesani e, soprattutto, da Padri di Betharram provenienti da molteplici comunità. La folla è cresciuta su entrambi i lati dell’amplificazione: sono giunti i parrocchiani di Lestelle e della zona circostante: non è possibile mancare ad una festa così vicino a casa propria! Gli amici di Betharram hanno serrato i ranghi: La “Fraternité Me Voici”, l’Associazione “Au coeur du monde”, i fedeli delle messe allo Spirito Santo della Maison Saint-Michel (Pau), singoli partecipanti di ogni genere... alcuni trovano una via, talvolta dimenticata o abbandonata, altri riscoprono un nuovo cammino, una possibilità nel corso della giornata per parlare del passato, e soprattutto del futuro. Le religiose e i religiosi del luogo completano la processione.
(...) Davanti alla bella facciata (del Santuario) del XVII secolo, austera con il suo marmo grigio, ma maestosa con i suoi tetti a bulbo, la statua itinerante si volge verso i fedeli. Un ramo d’argento viene deposto ai suoi piedi. Mons. Laffitte benedice questo ramo che sarà riportato in Italia, così come i ramoscelli d’ulivo che, invece, hanno fatto il percorso inverso. Saranno offerti ai fedeli presenti affinché sia ricordato questo giorno che lega gli uomini tra di loro e con la Madre.
È il momento dell’ingresso solenne.
(...) Nel suo saluto di benvenuto, P. Jean-Luc Morin, Superiore Regionale, parla di una “riunione di famiglia”, della “tenerezza di una Madre”; poi ha reso omaggio ai Padri di Betharram molti dei quali sono presenti. “Più che i diademi sulla statua, questi religiosi formano, nel coro, la corona più bella. Questi religiosi del Sacro Cuore sono la gioia e la corona della Madonna per i molti anni di dedizione e di fedeltà all’ “Eccomi!” che hanno pronunciato un giorno.” Segue poi, nel silenzio rispettoso dell’assemblea, l’enunciazione dei nomi di una dozzina di padri giubilari presenti - il più anziano dei quali, P. Joseph Canton, nato due anni prima dell’incoronazione del 1912, porta sulle sue fragili spalle 85 anni di professione religiosa!
Mons. Jean Laffitte, segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia, venuto espressamente da Roma, ha presieduto la celebrazione; alla sua destra P. Enrico Frigerio, Vicario Generale, in rappresentanza del Superiore Generale. Mons. Laffitte ha ricordato, nella sua omelia, di essere stato un alunno del Collegio Notre-Dame. Spiega il significato liturgico dell’incoronazione e mostra, prendendo lo spunto dal Vangelo di Giovanni appena proclamato, l’intima connessione tra Gesù e sua Madre, che, in piedi davanti alla croce, diventa la Madre dei credenti, “Madre della Chiesa e Madre di tutti noi.” Questa intima relazione spiega perché il Papa Pio X abbia desiderato incoronare sia la Vergine che il Bambino. Ci dice anche che il suo attaccamento personale a Betharram lo ha portato a raffigurare il bel ramo sul suo stemma episcopale.
(...) È giunto il momento di ristorarsi. Molti inviti sono stati inviati dalla comunità per un tempo di convivialità intorno alla mensa, nella palestra del Collegio. Dopo il “benedicite”, il grande salone si anima; gli organizzatori passano da un tavolo all’altro, cercando di vedere, tra gli ospiti, la certezza che il miracolo della comunione dei santi si verifica a Betharram.
Anche il cielo si è rischiarato quando circa 200 persone sono uscite per partecipare ai Vespri, sempre presieduti da Mons. Laffitte, nella grande cappella. Oggi il Magnificat, vertice della preghiera serale, assume il suo pieno significato. Un piccolo tavolo è posto davanti all’altare, con due microfoni. Nel suo discorso, seguito da un momento di condivisione, Mons. Laffitte ha descritto in poche parole l’istituzione di cui è segretario, ha insistito sulla sua universalità, ha evocato le minacce poste dai legislatori sulla famiglia, ed ha esaminato la relativa apatia dei cristiani d’Occidente a certe derive. Gli scambi che sono seguiti hanno poi ampliato il dibattito, evidenziando tanto la diversità di approccio quanto la gravità delle sfide.
Così è terminato questo giorno memorabile. Un centenario non si festeggia tutti i giorni! Coloro che hanno vissuto questo 28 luglio a Betharram hanno avuto molta fortuna: quella cioè  di ritrovarsi in un luogo ricco di storia, ma anche ricco di storie, personali e collettive; quella d’aver visto la Beata Vergine incoronata con i suoi diademi autentici tendere il suo bel ramo, segno che Ella è sempre presente per colui che sa invocarla umilmente; quella d’aver accompagnato questi religiosi di ogni età, guidati da una stessa vocazione, e di avere ricevuto attraverso essi qualche cosa di Gesù e di sua Madre.

Jean Leid

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5 minuti con...

... la comunità di Ciudad del Este, Paraguay

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Ciudad del Este è una città molto popolosa del Paraguay. Nata solo nel 1957 ha avuto uno sviluppo vertiginoso. La comunità betharramita vi risiede dal 1977, chiamata dal Vescovo con il compito dell’educazione umana e cristiana dei ragazzi e dei giovani (dando vita ad un Collegio) e quello della cura pastorale di “una estesa zona pastorale”.
Leggiamo quanto la comunità ci racconta della sua vita...

NEF: Da quanti anni è stata costituita la comunità di Ciudad del Este e quali sono le ragioni per le quali una comunità betharramita si trova in quella Città?
- Nel mese di luglio 1977 si sono trasferiti a Ciudad Presidente Stroessner (divenuta poi Ciudad del Este) i primi due religiosi betharramiti: p. Wilfrido Romero e p. Tobia Sosio; qualche mese dopo si è aggiunto Fratel Federico Penayo.
Era appena iniziata la costruzione della Centrale Idroelettrica di Itaipú, vi lavoravano 40.000 operai (20.000 paraguayani) e la città era tutto un cantiere.
Il Vescovo, Mons. Agustín Van Aaken, aveva chiesto alla Congregazione la possibilità di aprire un collegio ed incaricarsi di una estesa zona pastorale, in periferia della città, dove nuovi quartieri sorgevano a un ritmo molto accelerato. C´era anche l’insistenza di molti ingegneri e tecnici di Itaipú, ex-allievi del Collegio San José di Asunción, che sognavano di mandare i propri figli in un collegio che continuasse la stessa gloriosa tradizione. Inoltre la congregazione aveva ricevuto, in dono, un terreno di 10 ettari, situato a 4 km dalla frontiera, ottima ubicazione per il nuovo collegio.

Qual è la realtà sociale nella quale la comunità è stata inviata? 
- Come abbiamo detto, c´era il boom di Itaipú, la maggior centrale elettrica del mondo, inoltre la vicinanza della frontiera con Brasile ed Argentina, le cascate del Iguazú... Era evidente che in poco tempo la zona si sarebbe trasformata in un grande centro commerciale, turistico ed industriale. Tutto questo ha attivato una grande immigrazione, la città in poco più di due anni aveva già raggiunto 180.000 abitanti. E nel luogo in cui tutti cercavano guadagni immediati, non poteva mancare la voce del Vangelo, attraverso l´educazione scolastica e la pastorale parrocchiale. Bisogna riconoscere la religiosità del paraguayo che si organizza e collabora per avere la propria chiesa al centro di ogni quartiere.

La comunità, come partecipa ai progetti della Chiesa Diocesana?
- Siamo responsabili della parrocchia di Fatima dal settembre 1996, in seguito ad un invito rivoltoci da Mons. Gianni. Naturalmente questa apertura in città ci ha permesso di confrontarci con un ambiente diverso dalla brousse e soprattutto ci ha dato l’opportunità di iniziare ad accogliere dei giovani che cominciavano a bussare alla nostra porta. Col passare del tempo nasceva sempre più chiara la necessità di avere una casa nostra, la residenza S. Michele aperta nel 2010. Questo ci permette di avere più spazi e di accogliere dei giovani in modo più adeguato, grazie anche alla nuova abitazione la cui apertura si è avuta quest’anno.
Nella residenza S. Michele è attivo dal 2010 il Centro di Sanità comunitario “S. Michele” per i malati di AIDS. Anche questa apertura è stata sollecitata da Mons. Gianni e noi abbiamo accettato prontamente. Nel giro di due anni questa struttura è diventata un punto di riferimento nazionale, grazie anche all’attrezzatissimo laboratorio e alla collaborazione con il Mosaico di Monteporzio e con due importanti centri ospedalieri italiani: lo Spallanzani di Roma e il S. Raffaele di Milano.
Vorremmo sottolineare che il funzionamento di questo centro è affidato completamente alla Provvidenza, (visto che l’assistenza ai malati è completamente gratuita), la quale ci ha aperto diverse porte, tra cui la collaborazione col Fondo Mondiale per l’AIDS.Facendo un po´ di storia, diremo che in un primo momento, soprattutto con Mons. Agustín, c´é stata una vera pastorale d´insieme. Non c´erano sacerdoti diocesani, e le numerose congregazioni religiose, tanto maschili come femminili, presenti in diocesi, partecipavano attivamente a tutte le iniziative diocesane. I betharramiti hanno gestito, per parecchi anni, la coordinazione della pastorale catechistica, della pastorale della famiglia e della pastorale dell’educazione. In questi ultimi anni, con la venuta dell’attuale Vescovo, si nota una maggiore dispersione; non c´é molta unità tra il clero diocesano ed i religiosi e ciò che si rimpiange maggiormente è la mancanza di continuità con il cammino ecclesiale intrapreso anteriormente, a livello di diocesi. Queste difficoltà non ci scoraggiano... P. Fulgencio Ferreira è il parroco attuale ed inoltre coordinatore diocesano del movimento di Cursillos. A livello di parrocchia si nota invece una buona continuità e progressiva crescita in tutti gli ambiti.

Quali sono le caratteristiche della comunità parrocchiale che la comunità ha contribuito a formare?
- Dalla parrocchia originaria sono sorte altre cinque parrocchie. Attualmente la Parrocchia Sagrado Corazón è formata da 8 comunità (chiamate Capillas), più il centro parrocchiale. Sono circa 25.000 abitanti. La caratteristica principale, si può dire, è la grande partecipazione dei laici nei diversi ambiti pastorali (catechesi, giovani, salute, famiglia, liturgia, vocazioni, ecc.) ed i numerosi e organizzati movimenti laicali (Legione di Maria, Francescani, Carismatici, Familiar Cristiano, Cursillos, Esercizi Spirituali, Gioventù e Infanzia Betharramita). C´é molta partecipazione tanto alle messe dominicali, come alla messa quotidiana, in parrocchia e nelle cappelle. Per i 3 sacerdoti presenti ed il Fratel Sixto c´è sufficiente lavoro. Ed un fratello già anziano, Alfredo, ci accompagna con la preghiera e con l´esempio.

Quali sono le priorità della pastorale educativa?
- Il Collegio San José gode di buona salute, con circa 950 alunni in un edificio spazioso e ben mantenuto. La direzione accademica e amministrativa è a carico dei laici. Noi religiosi ci sforziamo di dare al tutto un respiro cristiano, con un accento particolare alla spiritualità betharramita: questo avviene grazie alla scuola di religione, alle giornate e ai ritiri spirituali per alunni, per i professori e per i genitori. Quest’anno abbiamo accentuato maggiormente il lavoro con la famiglia. Tanto da parte degli alunni, come dei genitori, si nota molta disponibilità alla proposta di fede. Il ritmo frenetico e la mentalità materialista della società circostante portano a cercare spazi di riflessione e di ricerca di valori superiori. Per questo il collegio continua ad essere un buon campo di evangelizzazione. Il Paraguay è un paese con il 70% di popolazione al di sotto dei 30 anni: tanta gioventù ha bisogno di una forte e chiara presenza di valori evangelici.

Parrocchia e Collegio: come la comunità riesce a conciliare queste due missioni?
- Proprio la comunità è il punto di incontro. Da quando abbiamo deciso di vivere insieme, nella casa parrocchiale, ci si aiuta maggiormente in ambedue le realtà. Il collegio ha dei momenti di partecipazione alle attività della parrocchia (per esempio nella Festa Patronale, o nell’apertura dell’anno scolastico) e offre anche i locali per la catechesi domenicale ed altre attività organizzate da gruppi parrocchiali. La stessa cappella del collegio si costituisce come una delle 8 comunità appartenenti alla parrocchia, con la rispettiva organizzazione, propria delle altre comunità. 

Quali sono i momenti forti che la comunità si è data per evitare, in un certo senso, una forma di dispersione?
- È certamente il pericolo maggiore. Cerchiamo di essere fedeli ai momenti comuni di preghiera, ogni tanto ci prendiamo un giorno libero per una convivenza comunitaria, svolgendo un tema di formazione (quest’anno la Regola di Vita) e chiudendo con la Concelebrazione dell’Eucaristia. Sono momenti che aiutano. Inoltre partecipiamo fedelmente agli incontri con le altre comunità betharramite e alle iniziative promosse dal Vicariato.

Il Capitolo Generale ci ha ricordato che “L’animazione vocazionale è un impegno di ogni religioso. Non dobbiamo avere paura dei giovani, essi ci spingono ad una conversione continua: perché la nostra testimonianza sia sempre più coerente; perché abbiamo uno sguardo positivo sul nostro futuro.” La comunità si propone come pro-vocazione per i giovani? Come?
- La nostra parrocchia è sempre stata un terreno fertile di vocazioni tanto religiose come  diocesane, maschili e femminili. Con Fratel Sixto si è costituita, ultimamente, la pastorale vocazionale, con la finalità di raggiungere i giovani con giornate di riflessione vocazionali e facilitare il successivo accompagnamento. È un modo per tirare la rete. La comunità è molto aperta a differenti gruppi giovanili. Testimonianza e preghiera... Siamo coscienti che l´impegno definitivo è una scelta che i giovani fanno sempre più fatica ad accettare.



 

In Memoriam...

 Padre Rogelio León Ramírez Cardozo

Ybycui, 16 settembre 1936 - Asunción, 9 agosto 2012
 

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Rogelio León Ramírez Cardozo è nato il 16 settembre 1936 a Ybycui, in una famiglia con autentici valori cristiani, ed è tornato alla casa del Padre per celebrare la Pasqua il 9 agosto 2012.
Ancora giovane, ha manifestato la sua qualità di pescatore e barcaiolo. Lui stesso raccontava che aveva costruito con suo fratello una “caneca grande” (una tazza grande), una specie di canoa che, nel periodo della pioggia, portava i suoi fratelli fino al fiumiciattolo vicino al paese a pescare. Così metteva in mostra la sua creatività e capacità di affrontare grandi problemi. Qualità che gli servirono, più tardi, per diventare, per la chiamata del Signore, un convinto e appassionato pescatore di uomini.
Sentì da giovane, nella profondità del suo cuore, la chiamata del Signore ad essere pescatore di uomini , nel ministero sacerdotale. Andò a Asunción, al Collegio San José dove c’era l’apostolicato, per proseguire i suoi studi con altri seminaristi. Finiti gli studi secondari, andò a Buenos Aires (1958) nel seminario Nostra Signora di Betharram di Adrogué, per fare il noviziato, gli studi di filosofia e di teologia, fino all’ordinazione sacerdotale, nel dicembre 1964.
P. Rogelio ha saputo conquistare il cuore di tutti quelli che hanno avuto modo di conoscerlo. Fin dal noviziato, mettendo in pratica la sua inventiva e creatività assieme alle sue conoscenze, risolveva molti problemi sia materiali che di convivenza nel seminario. Suonava la chitarra, il flauto e l’armonio (e insegnava ai suoi compagni a suonare questi strumenti) e, nei pomeriggi liberi, nessuno aveva tempo di annoiarsi. L’ottimismo, l’autentico entusiasmo e la passione per la vita che caratterizzava la sua persona, contagiava i suoi compagni di cammino.
Subito dopo l’ordinazione è stato professore all’apostolicato di Asunción. Viaggiava con frequenza verso l’interno del paese con la moto (Caazapá, San Juan, Ybycui, Encarnación, ecc.) per fare animazione vocazionale, invitando molti giovani a consacrarsi al Signore nella vita religiosa e sacerdotale.
Dietro richiesta dei Superiori, per un breve periodo, fu amministratore del Collegio San José di Buenos Aires. Di ritorno in Paraguay, è stato nominato direttore del Collegio Apostolico San José (1979-1984). Fu poi trasferito al San José di Ciudad del Este (1985-1990).
Come Superiore della Vice Provincia del Paraguay (1991-1998), si è dedicato all’accompagnamento personale di ogni betharramita. Ha saputo condividere la sua ricca spiritualità betharramita con seminaristi, religiosi, sacerdoti, religiose e laici. Ispirava molta fiducia come Padre, Fratello, Direttore Spirituale, Pastore e direttore di movimenti oltre che come compagno e amico che offre generosamente il suo aiuto in ogni momento. La verità è che tutti quelli che venivano a lui, ex seminaristi, ex sacerdoti, anziani, malati e poveri, trovavano l’affetto e l’aiuto che si aspettavano; nessuno se ne andava con le mani vuote. Che cuore! Ripeteva spesso: “Amico e fratello è chi accorre in tuo aiuto prima che tu lo chiami”.
Ebbe il privilegio di conoscere Gesù e Maria nella loro terra natale. A Nazareth coltivò una profonda spiritualità mariana durante due anni, come cappellano del Carmelo (2002-2003).
Poi fu parroco della parrocchia Sacro Cuore di Gesù di Ciudad del Este (2004-2008), della parrocchia San Francisco Javier, di La Colmena (2009-2011) e della parrocchia San José di Asunción (2012).
È stato anche assistente nazionale dei “Cursillos de Cristiandad”. A maggio, dopo una breve degenza in ospedale, ha continuato il suo ministero predicando ritiri alle coppie. Insisteva nel dire: “Come sacerdoti, dobbiamo dare priorità all’evangelizzazione delle famiglie e alla formazione di comunità, perché senza vita comunitaria, la fede si affievolisce”.
Nella sua feconda vita sacerdotale emergono: la profondità della sua fede, la sua pace interiore, la sua carità e semplicità, la sua forza e la tenacità nella lotta, la sua saggezza e pazienza nell’accompagnamento spirituale. Queste qualità e virtù le alimentava con le sue lunghe visite quotidiane al Santissimo Sacramento, il Rosario, la lettura continua della Parola di Dio. Diceva spesso: “Se leggiamo ogni giorno la Bibbia e la mettiamo in pratica, troveremo il vero cammino della felicità”. Convinto di ciò, imparava e ripeteva spesso intere frasi della Sacra Scrittura nelle sue prediche e nei ritiri. Ne sono testimoni coloro che hanno preso parte a questi incontri.
Il suo amore e la sua passione per la vita lo hanno portato a lottare con fede e speranza, senza mai lamentarsi per il dolore che gli causava la sua malattia. Questa capacità di accettare la volontà di Dio senza lamentarsi, è stata una lezione e, al tempo stesso, un invito a tutti i religiosi e i laici betharramiti a rinnovare la loro fedeltà a Gesù: “Vale la pena sacrificare tutto per Gesù, per il progetto del Regno di Dio e la sua giustizia”.

Tarcisio Vera Acosta scj
 
P. José Maria Ruiz, uruguaiano, è deceduto l’11 settembre all’età di 82 anni. Gli renderemo omaggio nel prossimo numero della NEF.
 

 

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8. GLI EVENTI SUCCESSIVI 

 

 
Colico - Italia: unica comunità della Vice-Provincia creata durante il capitolo generale 1947.

 

Il Capitolo del 1947 fu decisivo per la storia dei successivi 60 anni circa della Congregazione. Infatti in esso fu decretata la suddivisione della Congregazione in Province. Per la precisione, ai padri capitolari non fu chiesto di decidere come suddividere la Congregazione, o quali accorpamenti nazionali fare, ma a loro fu richiesta una decisione di principio: ossia ammettere o meno l’introduzione di questa nuova forma di governo intermedio. Lo stesso capitolo demandò al nuovo Consiglio generale l’attuazione pratica della decisione capitolare.
Scrivendo sulla N.E.F. (agosto 1947), p. Buzy invitava tutta la Congregazione ad impegnarsi nel nuovo cammino: «Siamo alla vigilia di una esperienza decisiva, cruciale. Bisogna che riesca alla perfezione … Vogliamo che le provincie, lungi dall’allentare gli stretti legami della Comunità Betharramita, li rendano ancora più stretti, unendo più strettamente e intimamente i membri della provincia tra loro e con i loro superiori … Vogliamo che le province siano un’occasione e una causa di sviluppo».
Fu comunque arduo ed impegnativo il compito del Consiglio Generale. Infatti, non era facile suddividere un Istituto con pochi membri, di cultura e lingue diverse, dispersi in quattro continenti. Il 25 marzo 1947, leggiamo nei verbali del Consiglio: «Ritornando sul tema dei raggruppamenti delle case in vista dell’erezione delle future province, si è del parere di attenersi al progetto originario, malgrado la sproporzione tra i quattro gruppi presi in considerazione: francese, ispano-americano, italo-brasiliano, inglese». Non è dato sapere se questi raggruppamenti dovevano costituire la base per quattro future province. Di certo è che nei verbali dei Consigli successivi si fa strada l’ipotesi di introdurre delle vice province o quasi province: ossia porzioni di Congregazione, omogenee da un punto di vista geografico-culturale, che per persone e risorse non potevano ancora essere costituite province a tutti gli effetti, ma che avevano le potenzialità necessarie per esserlo un giorno.
Nel mese di settembre del 1947 la N.E.F. comunicò a tutta la Congregazione la definitiva organizzazione dell’Istituto, approvata ad experimentum dalla Santa Sede:
• la provincia di Francia, con annesse le comunità di Palestina (Betlemme, Nazareth e Beit Jala) ed il collegio di Casablanca in Marocco; nell’anno scolastico 1946-47 le comunità di questa provincia comprendevano circa 87 padri, 10 fratelli e 48 seminaristi professi (di cui 2 spagnoli);
•  la provincia d’Argentina, con annessa la comunità di Mendelu in Spagna; all’inizio del 1947 comprendeva circa 84 padri, 12 fratelli e 22 seminaristi professi (comprensivo di seminaristi paraguaiani); 50 di questi religiosi erano francesi;
• la vice provincia di Uruguay-Paraguay-Brasile: essa comprendeva le quattro comunità di Montevideo, Asunción, Passa Quatro e Conçeicão do Rio Verde; essa era costituita nel 1947 da 38 padri e 3 fratelli; 22 di questi religiosi erano francesi;
• la vice provincia d’Italia: essa comprendeva la comunità di Colico, unica comunità italiana a quel momento; all’inizio del 1947 a Colico convivevano 12 padri e 19 seminaristi professi;
• la vice provincia d’Inghilterra: essa comprendeva le comunità di Droitwich e di Fritham, per un totale (nel 1946) di 18 padri ed 1 fratello;
• la missione nello Yunnan, in Cina, con 18 padri e 2 fratelli nel 1947.
La procura generale di Roma dipendeva direttamente dal Consiglio Generale.
La Congregazione visse per quattro anni con questa organizzazione; il Consiglio Generale procedette poi alla nomina dei Superiori provinciali e vice provinciali, e all’approvazione delle rispettive amministrazioni.
In questi anni le singole realtà procedettero alla creazione di nuove comunità, soprattutto in Europa. Nacquero così le case di formazione di Albiate (Italia), di Floirac (Francia), di Caerdeon (Inghilterra); e i nuovi collegi di Limoges e Saint-Affrique (in Francia), Sidi-bel-Abbès (in Algeria), Zamora (in Spagna) e Sambourne (in Inghilterra).
Al termine del periodo di prova, una nuova organizzazione fu presentata alla Santa Sede per l’approvazione definitiva (nel 1951). Sostanzialmente identica a quella del 1947, essa prevedeva tuttavia la scomparsa della vice provincia di Uruguay-Paraguay-Brasile: le due comunità di Uruguay e Paraguay furono unite a quelle argentine, dando origine alla nuova provincia del Rio della Plata; mentre il Brasile fu eretto in vice provincia autonoma.
Questa è l’organizzazione della Congregazione che molti betharramiti hanno conosciuto fino a pochi anni fa.

Roberto Cornara

 

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