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14/06/2012

Notizie in Famiglia - 14 giugno 2012


Sommario

 

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La parola del Padre Generale

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LA POVERTÀ EVANGELICA

Basta leggere questo titolo per comprendere che lo stile di vita povero è un valore evangelico. È importante per noi esserne convinti perché, da un punto di vista umano e in un contesto sociale, la cosa non è così evidente. È sufficiente aprire il Vangelo per poter contemplare in tutto il suo splendore la figura di Gesù, che è nato ed è vissuto povero, in una famiglia povera che viveva del suo lavoro, quando ne aveva uno.

L’esperienza della povertà consiste nell’essere consapevoli dei nostri limiti, della nostra nullità e dell’incapacità che ci costringe ad aver bisogno degli altri, sapendo che senza di loro non possiamo migliorarci. Dobbiamo inoltre essere loro riconoscenti; in effetti, se siamo qualcuno, è soltanto grazie a quello che abbiamo ricevuto da coloro che sono stati generosi con noi. D’altro canto, scopriamo poco a poco le qualità e i doni dei quali il Signore ci ha arricchiti. A nostra volta, offrendoli agli altri, collaboreremo a renderli migliori. Così è per noi, creati ad immagine e somiglianza di Dio, perché prima di noi era così: il Padre – che  genera dall’eternità e comunica la vita al Figlio – sapendo che, senza di lui, non sarebbe nulla; il Figlio – che ha ricevuto tutto dal Padre e che vive per compiacerlo in tutto – ed infine lo Spirito Santo, che è il loro dono reciproco. La povertà è dunque una caratteristica delle tre persone della Trinità e come tale fa  parte dell’identità del Verbo Incarnato.
In questo consiste la povertà spirituale, che è essenziale per amare e per essere amati. Essa si manifesta nella povertà materiale, povertà di beni, sia di coloro che vi sono costretti da situazioni che l’ingiustizia umana crea, sia di quelli che, pur avendo la possibilità di possedere beni, hanno scelto di rinunciarvi. Una cosa è assolutamente chiara: essere poveri è non possedere né disporre di beni. Fare voto di povertà è frutto di una libera scelta che un religioso compie, mosso dal desiderio di imitare Gesù e di vivere come vivono i poveri. Nessuno è obbligato a pronunciare il voto di povertà.
Il numero 49 della  RdV esprime compiutamente il significato del nostro voto di povertà. Ne è fondamento l’esperienza di fede nell’amore di Dio, dal quale riceviamo tutto ciò che siamo, valiamo e possediamo. Impariamo questo amore da Gesù ed è per questo che decidiamo di essere poveri come lui, coscienti che qualsiasi dono proviene dal Padre, confidando nella Provvidenza e condividendo con i fratelli.
È un impegno immenso, che esige da noi rinunce, austerità e trasparenza. Povero è colui che non può disporre di beni propri. Non lo è chi, pur avendo pronunciato il voto, si ingegna ad ottenere tutto senza attingere dalla cassa della comunità. Si tratta anche di rinunciare ad una vita agiata e borghese, di rinunciare al consumismo e all’ansia di avere, per ogni esigenza, il dernier cri che la tecnologia offre sul mercato. Rinunciare infine ad un conto in banca sul quale depositare i soldi del ministero, così che un giorno possa essere la propria famiglia ad ereditarli anziché la Congregazione.
Aver fatto voto di povertà, implica condivisione. Tutto ciò che un religioso può acquisire per mezzo del suo lavoro o delle sue competenze, tutto ciò che riceve in donazione, appartiene alla Congregazione. La stessa cosa vale per le pensioni, le sovvenzioni ed i rimborsi assicurativi (RdV 50). Condividere significa affidare tutto alla comunità senza tenere niente per sé ed utilizzare i beni esclusivamente a fronte di necessità reali. Condividere vuol dire non usare beni della comunità più di quanto non lo faccia chi alla comunità nulla apporta.
Condividere è anche accettare di ricevere dalla comunità ciò che è necessario a me o alla missione. Questo vale sia nel caso che io abbia un lavoro retribuito, sia qualora il mio ministero – oppure la mia condizione di malato o la mia disponibilità per i bisogni della comunità – non mi permetta di ricevere un riconoscimento economico in relazione alle mie attività. Chi percepisce un salario, dipende dalla comunità per le sue necessità personali e per quelle della missione, tanto quanto chi non guadagna nulla.
Condividere significa tenere sotto controllo collegialmente le voci di spesa ed il bilancio della comunità, e collaborare sotto il profilo economico ai progetti dell’intera Congregazione. Significa inoltre usare discernimento, alla luce dei criteri evangelici in base ai quali abbiamo deciso di vivere, per essere capaci di correggerci e di aiutarci ad essere fedeli al nostro voto di povertà. Ma vuole anche dire – se veramente vogliamo dimostrare solidarietà verso i poveri – saper ridurre tutte le spese, vuoi personali vuoi della comunità. E questo soprattutto quando le risorse su cui facevamo assegnamento si sono assottigliate. Condividere, infine, significa essere trasparenti nel rendere conto alla comunità dei beni che la stessa mette a nostra disposizione, in modo che ciascuno di noi se ne senta responsabile.
La comunità deve essere povera e vivere come vivono le famiglie povere, evitando l’accumulo di capitali e senza dare scandalo attraverso l’impiego di mezzi più adatti a persone facoltose: macchine di lusso, capi di abbigliamento firmati, etc … La comunità non può accumulare beni. Non deve solamente condividere quello che ha di troppo, ma anche aiutare a vivere ed a realizzare al meglio la missione di quei confratelli che hanno meno, aiutando inoltre i poveri.
Lo spirito di povertà e di condivisione è ciò che ci rende tutti uguali e che ci aiuta a costruire la comunione, che è il grande valore della comunità religiosa e della Chiesa nel mondo d’oggi, così come ci ricordava Giovanni Paolo II: la Chiesa casa e scuola di comunione.
La parità nel possesso di beni è fondamentale perché la nostra fraternità possa dirsi autentica, ed è per questo che chi ne possiede deve staccarsene quando entra in comunità. Non è possibile che in una stessa comunità vi siano religiosi che possiedono beni ed altri che ne sono privi. Questa era la situazione nel monastero dell’Incarnazione di Avila quando Santa Teresa vi entrò. Prima della prima professione religiosa (i novizi dovranno) trasferire l’amministrazione, l’uso e l’usufrutto ad una o a più persone di (loro) scelta (RdV 54).
La scelta di vivere in povertà esige da noi una vita semplice, austera, come quella che conducono i poveri, tenendo conto della situazione specifica in ogni singolo paese.
Disporre di beni dopo aver fatto voto di povertà è un comportamento ipocrita da parte nostra, nonché cosa scandalosa agli occhi dei cristiani che sanno chi siamo  e ci vedono vivere al contrario di come dovremmo. È inoltre un’umiliazione per i confratelli, nella comunità e nella Congregazione, che vivono fedelmente la dipendenza per quanto riguarda l’uso dei beni. La cosa è gravissima perché in questo caso non teniamo fede ai nostri impegni, rompendo l’uguaglianza che la povertà ci conferisce e trasformando in farsa la vita in comunità.

Gaspar Fernández Pérez, SCJ

 


 

smichel.jpgSan Michele Garicoits scrive... 

La famiglia

La famiglia non può essere considerata né come una fonte di reclutamento per il ministero parrocchiale, né come una riunione di sacerdoti da cui, in alcune circostanze o alla domanda di questo o quel personaggio, si possa distogliere un membro per una funzione qualsiasi al di fuori dell’opera.
Questo perché:
1. significherebbe aprire una porta all’ambizione ed essa è da troncare sul nascere, assolutamente.
2. Vorrebbe dire cambiare lo stato della famiglia e fare di Betharram, per così dire, un luogo di passaggio o di preparazione per altri compiti.
3. Vorrebbe dire distogliere i soggetti dal vero fine dell’opera.
4. Vorrebbe dire infliggere una ferita al cuore della comunità, o perché non potrebbe più veder perseverare fino alla fine nel suo seno  i suoi figli più impegnati o perché la comunità stessa si vedrebbe sovraccaricata di figli, in qualche modo estranei, che accarezzerebbero  altri progetti al di fuori di quello di vivere e di morire nel suo interno e che sarebbero pronti ad abbandonarla non appena si sentano in grado di realizzare quei progetti segreti custoditi nel profondo del loro cuore.

Seguendo tale principio, che cosa rimarrebbe di fondamentale nella Società? E, una volta ammesso tale principio, la Società non potrà, in nessun modo, evitare la propria rovina.   (M 348)

 


 

Verso il 150°

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I GIOVANI BETHARRAMITI ALLA GMG DI RIO DE JANEIRO

Nel 2013 il S. Padre, Benedetto XVI, ha invitato i giovani del mondo a Rio de Janeiro per vivere la XXVIII GMG che avrà come tema «Andate e fate discepoli tutti i popoli!» (Mt 28,19).
Nello stesso tempo, a partire dal 14 maggio 2013 fino al 14 maggio 2014, la nostra famiglia religiosa celebrerà il 150° anniversario della morte di S. Michele Garicoits, nostro Fondatore.

Le due circostanze, unite provvidenzialmente da un filo conduttore (cioè l’anno che Papa Benedetto XVI ha voluto dedicato al tema della “fede”), diventano un’occasione unica e irripetibile per un cammino che può essere definito “speciale”.

E’ in questa luce che P. Gaspar, Superiore Generale, ha voluto intensamente che i giovani betharramiti di ogni continente e cultura possano incontrarsi per approfondire la spiritualità betharramita che può diventare, nella vita di ogni giovane, un elemento sorgivo e provocante per realizzare la vocazione cristiana e, d’altro canto, con la partecipazione alla GMG di Rio, vivere una intensa esperienza ecclesiale al di fuori della quale un dono (carisma) non può essere vissuto.

Ma in che cosa consiste questa duplice partecipazione? Come collegare le due esperienze tra di loro. Mi pare opportuno fare alcune puntualizzazioni:

a. Questa è una grande occasione educativa: attraverso essa noi desideriamo vivere con i giovani una forte esperienza di fede sulla scia di quanto il S. Padre Benedetto XVI ha trasmesso ai giovani nel tema della GMG: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt. 28, 19). E’ un invito che riassume in sé due elementi: il primo: non si può essere annunciatori se non si è discepoli. Il secondo: non si può essere discepoli se non si accetta la sfida del partire... Andate! E’ un andare che vuol dire raccontare quanto abbiamo visto e vissuto, ciò che abbiamo sperimentato e toccato....
Questa GMG sarà, dunque, una forte esperienza vocazionale: innanzitutto per noi religiosi che la vivremo insieme con i giovani (siamo chiamati a riscoprire la qualità del nostro essere discepoli... e a rinnovare la nostra adesione a Colui che non ci ha chiamati solo una volta -poco o tanto tempo fa- ma che ci chiama e ci chiede di rinnovare il nostro entusiasmo e il nostro slancio missionario ogni giorno, oggi!). E’ una forte esperienza vocazionale per i giovani che accompagneremo a vivere questa esperienza! Permettiamo allo Spirito del Risorto di farci vivere una rinnovata Pentecoste!
b. Per noi, religiosi del S. Cuore, è una grande occasione per vivere il ricordo del 150 anniversario dalla morte (dies natalis) del nostro Padre S. Michele Garicoits. In continuità con quanto ho detto sopra, attraverso la figura di S. Michele siamo chiamati ad individuare una modalità per declinare lo stile di vita del cristiano. Nel messaggio della GMG “Andate...... fate discepoli.....” possiamo risentire due affermazioni forti che ci appartengono:
I. La prima: “Eccomi! Vengo, o Dio, per fare la tua volontà!” Non vi pare che l’invito di Gesù “Andate...” sia stato prima vissuto da Gesù stesso con quell’atteggiamento fondamentale di disponibilità personale nel compiere la Volontà del Padre suo? S. Michele ha colto, in questo atteggiamento di Gesù, il cuore, il centro su cui fondare la propria esperienza di vita umana e spirituale. E’ stata, quella di S. Michele, una risposta immediata, appassionata, entusiasta.
II. L’Eccomi di S. Michele sprigiona gioia, non tristezza. Credere nel Signore Gesù e fare esperienza di Lui restituisce una gioia incontenibile che non può essere trattenuta. Ecco allora il secondo aspetto che mi pare importante sottolineare: accanto all’invito di Gesù “fate discepoli....” fa eco l’invito di S. Michele che scrive (nella Prefazione alle Costituzioni del 1838): “...di fronte a questo spettacolo prodigioso, i preti di Betharram si sono sentiti spinti..... a consacrarsi interamente per procurare agli altri la stessa gioia....”. Queste semplici parole provengono dall’esperienza che S. Michele fa di Dio e che ci invita a compiere oggi, insieme ai giovani.


Percorreremo questo itinerario (non solo idealmente ma anche fisicamente) attraverso i testimoni del nostro tempo. L’esperienza sarà guidata dal Superiore Generale stesso, P. Gaspar, ma anche da tanti altri religiosi e laici che condividono lo stesso sogno di S. Michele e che vogliono condividere con i giovani perché anch’essi possano appassionarsi e dire il loro “Eccomi!” in scelte coraggiose e gioiose di discepolato e di annuncio...

In una recente lettera inviata a tutti i Superiori Regionali e ai Vicari Regionali per lanciare questa iniziativa, P. Gaspar ha ribadito la forte valenza vocazionale di questa esperienza e che essa, pertanto, può diventare davvero un’occasione per un rinnovato impegno nell’animazione vocazionale. Così scriveva: “chiedo di sostenere fin d’ora questa iniziativa che potrà e dovrà essere l’occasione per svolgere un’animazione vocazionale nelle vostre rispettive Regioni e Vicariati.”

Il percorso è iniziato.
Lo affidiamo all’intercessione del nostro Padre S. Michele.
 
Graziano Sala, SCJ
 

Vita della Congregazione

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SESSIONE INTERNAZIONALE (Bétharram 11 aprile - 18 maggio 2012)

Le sessioni precedenti (2001, 2003, 2006, 2008, 2010) avevano visto la partecipazione di 8 / 13 professi che si preparavano alla professione perpetua. Quest’anno erano 19 (11 dalla regione Beata Miriam, 5 dalla regione Augusto Etchecopar e 3 dalla regione San Michele), accompagnati dai Padri Enrico, Guido, Laurent e Stervin; il Superiore generale è stato presente alla sessione per tre settimane.

Questa sessione aveva gli stessi obiettivi delle precedenti. Sì è tuttavia posto l’accento sul tempo di interiorizzazione al termine di ogni giornata di lavori, perché ognuno potesse far proprio il contenuto della giornata con le diverse sollecitazioni ricevute. Due intere giornate sono state dedicate all’ascolto delle testimonianze dei nostri confratelli più anziani; i loro interventi hanno colpito i giovani che si sono sentiti spronati alla fedeltà, qualunque siano le difficoltà da affrontare. L’incontro con alcuni religiosi di passaggio (Pietro Felet, Austin Hughes, Jean-Luc Morin, Elie Kurzum e Gerard Sutherland) hanno aperto gli orizzonti, come pure la condivisione con il gruppo di animazione missionaria “Au coeur du monde”. Abbiamo poi avuto anche altre opportunità per arricchire i nostri cuori: con alcune religiose (Igon, Anglet e il monastero di Betlemme), con il Vescovo di Bayonne, con diversi laici, amici di Bétharram, in particolare a Pau per la Festa dell’Ascensione.
Inoltre, vorrei sottolineare il grande valore degli incontri quotidiani con i religiosi anziani della Maison Neuve e con i religiosi della comunità Notre-Dame che hanno assicurato numerosi servizi ed hanno reso il nostro soggiorno più piacevole. Diversi religiosi sono intervenuti con alcune conferenze (comunità di Pibrac, di Pau e di Anglet). A Bétharram, abbiamo invitato i nostri confratelli alla presentazione dei vicariati; abbiamo partecipato inoltre a diversi uffici e celebrazioni eucaristiche. La Festa di San Michele Garicoïts è stata un’ottima occasione per una migliore conoscenza dei religiosi del Vicariato di Francia-Spagna. Siamo stati contenti di tutti questi scambi che rafforzano la nostra appartenenza alla congregazione e l’interesse verso le esperienze dei nostri confratelli.
Nella pedagogia della sessione, i luoghi dove ha vissuto il Fondatore hanno avuto un ruolo essenziale; Ibarre e Bétharram innanzitutto, ma anche Hosta, Garris, Cambo, Bayonne (cattedrale e porto) … Un ulteriore approfondimento è stato favorito dalla visita ad altri luoghi quali Loyola, Xavier, e Lourdes. La marcia silenziosa ha poi permesso una più profonda integrazione personale. Non abbiamo voluto lasciare in secondo piano la vicinanza affettiva al nostro Fondatore, per assicurare un attaccamento anche dal punto di vista umano con lui, così necessario. La lettura e la meditazione di alcune sue lettere hanno favorito un legame più forte con San Michele e una migliore comprensione del tesoro della sua spiritualità, in grado di trasformare la nostra vita.
Lo scopo di questa sessione è anche quello di una migliore conoscenza di “Bétharram internazionale”, grazie alla mescolanza delle diverse culture vissuta nel quotidiano; questo ha richiesto molto ascolto e rispetto perché la diversità delle lingue rende la comunicazione più problematica. I padri Enrico e Guido hanno reso un prezioso servizio di traduzione; i momenti di preghiera comunitaria sono stati un’occasione propizia per accogliere le nostre differenze rendendole una fonte di ricchezza. Bisogna riconoscere che gli scambi sono stati un po’ limitati a causa di una non adeguata padronanza delle lingue; invitiamo i giovani in formazione ad un maggiore sforzo in questo campo. Ognuno ha saputo riconoscere con umiltà che l’incontro dell’altro, proveniente da un’altra cultura, è assolutamente necessario nella nostra congregazione.
L’essenziale, come sempre, è fare un’esperienza profonda e personale con Gesù annientato e obbediente, con il cuore mite e umile di Gesù, per scegliere di vivere tutta la propria vita nella fedeltà al carisma del nostro Fondatore. La preghiera personale, il tempo di interiorizzazione, la marcia silenziosa, l’accompagnamento personale e la celebrazione eucaristica in particolare, sono state considerate molto importanti in vista della professione perpetua. Le esigenze non sono state minimizzate o ignorate, ma valorizzate per rendere più profondo il coinvolgimento personale. La gioia della consacrazione personale a Dio è stata vissuta come elemento determinante per assicurare la fedeltà del cuore alla nostra vocazione religiosa betharramita.
Gli animatori, al momento della valutazione dell’insieme della sessione, hanno riconosciuto che questo tempo ha rappresentato un kairos per i giovani certamente, ma anche per se stessi; il tempo speso per gli altri è particolarmente arricchente a livello personale. Da sottolineare la presenza del Superiore generale che ha assicurato la buona qualità a questa sessione. Ci auguriamo che questa sessione produca ottimi frutti nella missione betharramita alla quale questi giovani saranno chiamati e inviati nei rispettivi vicariati.

Laurent Bacho, SCJ 

 



Spiritualità laicale

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LA SPIRITUALITÀ DI SAN MICHELE NELLA VITA DI UNA COPPIA ...

Tutto è dono, ma niente è pianificato, infatti tutto si costruisce piano piano: dagli imprevisti di un trasloco e grazie al gioco degli incontri. Anne-Marie è membro della Fraternità Me Voici, e “corrispondente internazionale” dal capitolo generale del 2005.
Daniel Marchand, suo marito, aveva preso le distanze dalla Chiesa, poi, da qualche anno, è ritornato, seguendo un suo percorso personale, ad una fede “professata e praticata”.  Un pellegrinaggio in Terra Santa per festeggiare le loro nozze … di smeraldo … ha rappresentato l’occasione per rivisitare la loro storia comune con Betharram. Testimonianza a due voci..

Anne-Marie: Al nostro arrivo a Saint-André-de-Cubzac, nella Gironda, ho voluto inserirmi in quel settore pastorale. Padre Charles Jérusalem mi ha proposto di aiutarlo nella catechesi. Vedendoci un po’ isolati, ha avuto la delicatezza di farci conoscere altre coppie: questa attenzione mi ha colpito. I nostri ragazzi hanno simpatizzato con Joseph Ruspil nella ACE (Azione Cattolica Ragazzi). Poi Xavier Destizon è diventato l’amico di ognuno di noi. Ha accompagnato la preparazione dei funerali dei genitori di Daniel, con l’attenzione necessaria verso Daniel e alcuni suoi fratelli e sorelle che si erano allontanati dalla Chiesa.

Daniel: Accompagnavo di tanto in tanto Anne-Marie alla messa della domenica. Ero attratto dal viso sorridente di questi preti, il loro interesse verso tutti, la profondità delle omelie, il rispetto, la speranza che sapevano suscitare.
Ricordo ancora il battesimo del nostro ultimogenito, con Joseph Ruspil, e un pranzo amichevole con Joseph Pécoste, Xavier Destizon e Jacky Moura, pieno di gioia di vivere e di humour.
Durante una confessione, Xavier Destizon mi ha detto:  «Sei in cammino». Questa semplice riflessione risuona sempre in me. Valuto il cammino percorso da allora.
Abbiamo vissuto in parrocchia la festa della Comunità, per i 60 anni dei tre religiosi, Xavier, Joseph, Henri; ha lasciato un segno in tutti noi.

AM: Ahimè, un’altra festa dal gusto amaro, nel 1995, segnava la loro partenza da Saint-André. Non mi ero mai preoccupata di vedere da dove venivano questi preti! Avevano parlato di un eventuale gruppo di laici che avrebbero approfondito la spiritualità del Fondatore, nient’altro … È questo che, dopo qualche mese,  mi fa prendere la decisione di incontrare Henri Lamasse, a Pessac; siccome sono interessata al bicentenario, mi segnala il gruppo di laici, appena sorto a Bordeaux.  È allora che scopro la storia di San Michele Garicoïts e la sua spiritualità, poi Bétharram nell’estate 1997.  Lungo gli anni, il mio cammino di fede grazie alla Fraternità, mi ha permesso di affrontare alcune prove nelle nostre due famiglie. Nel 2002 e 2003, ho avuto la grande fortuna di partecipare a Bétharram e poi a Adiapodoumé, alle sessioni di laici, desiderosi di vivere la spiritualità di San Michele Garicoïts; un’altra grande ricchezza, è stata la settimana a Roma nel 2005, per il capitolo generale. Sono veramente grata ai religiosi che ci permettono di condividere il tesoro di questa spiritualità che li anima e questo mi rende un membro entusiasta della famiglia di Bétharram.

Daniel: Ho avuto l’occasione di essere con Anne-Marie a Bétharram e poi a Roma. Abbiamo visitato diverse comunità, i valori che avevamo percepito erano presenti ovunque.
Henri Lamasse accompagnava la fraternità di cui Anne-Marie faceva parte. Per questo, in occasione delle sue visite, avevo l’opportunità di parlare con lui. Il cammino, abbozzato con Xavier Destizon, è proseguito con Henri Lamasse, con le letture da lui consigliate, con le nostre condivisioni. Ha saputo convincermi di partecipare al fine settimana di Vivere e Amare (associazione mondiale Marriage Encounter), che favorisce l’approfondimento del dialogo nella coppia; il tatto, la saggezza, il rispetto di cui Henri mi ha circondato, mi hanno permesso di avanzare sul cammino verso Dio. Piano piano, Anne-Marie ed io condividiamo come coppia la nostra fede e la nostra preghiera.
Ora scopro Jean-Dominique Delgue. « En avant » non mi dispiace affatto: è in linea con il mio temperamento.

AM: Dopo dieci anni, desta sempre in me grande meraviglia la complementarietà di quello ricevo da Vivere e Amare (di ispirazione ignaziana) e dalla Fraternità Me Voici. La disponibilità alla volontà di Dio o Me Voici e la decisione di amare meglio il proprio congiunto in Vivere e Amare si sostengono nel quotidiano. Daniel sa d’altronde ricordarmi l’ «Eccomi»!
Non ci sono comunità vicino a noi, gli altri membri del gruppo esprimono vivamente il rammarico di non potersi spostare. Il gruppo della Gironda è grato a Henri, che ha fatto il tragitto per dodici anni, e adesso a Jean-Do, per assicurarci il suo accompagnamento ogni due mesi circa. Questo permette un piccolo legame con la Congregazione; io e Daniel abbiamo la fortuna di essere accolti a Pau, Limoges, Bétharram, Pibrac o anche altrove, a seconda dei nostri spostamenti nei nostri incarichi in Vivere e Amare. È molto importante per me poter condividere un periodo della vita della Comunità, preghiera, messa, condivisione, pasto fraterno; tutto questo rafforza il legame fraterno

Daniel: Quando Anne-Marie ha prospettato una visita a P. Henri in Palestina, non ho avuto esitazioni. Il nostro itinerario palestinese era completamente basato sulla presenza di Bétharram a Nazareth e a Betlemme. Ci siamo lasciati guidare da Philippe e da Henri. Ci siamo resi conto dell’importanza della geografia, della storia antica e attuale. Ho molto apprezzato rivivere il Vangelo in loco, mi sento più vicino a questo ebreo, Gesù, a questa chiesa primitiva. Comprendendo i conflitti di quell’epoca, accetto più facilmente le difficoltà attuali della Chiesa. Mi sento pienamente coinvolto e la lettura di testi sul Vaticano II (consigliati da Jean-Do Delgue) mi permettono di non rimanere “bloccato” quando mi trovo in disaccordo con alcune pratiche. La semplicità,il rispetto dei padri di Bétharram mi aiutano a continuare il mio cammino.

AM: Tutti questi doni ci hanno permesso di crescere nella nostra fede di coppia, ed è insieme che oggi possiamo dire grazie e “avanti sempre”.

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5 minuti con...

... la comunità di Pibrac, Francia

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Nel 1982, la comunità betharramita si trasferiva dalla grande città di Tolosa a Pibrac, località rurale inglobata nella periferia cittadina, per subentrare ai Fratelli Missionari delle Campagne. In questi ultimi 40 anni, ha conservato la vocazione di casa di formazione. Attualmente è composta da tre membri: P. Emmanuel Congo, P. Jean-Do Delgue e P. Jacky Moura (che è in partenza per la Terra Santa). In questi mesi hanno avuto la gioia d’accogliere tre giovani ivoriani: Fr Hyacinthe Ali Konan, Fr Marius Angui (nel loro anno di preparazione alla professione perpetua) e il postulante Hippolyte Yomafou.

NEF: I Parrocchiani conoscevano quindi da molto tempo la vita religiosa. I legami che vi uniscono a loro riflettono questa lunga storia e presentano particolarità rispetto ad altre parrocchie?
- La presenza di una Congregazione in una parrocchia porta con sé la ricchezza del suo carisma. I Fratelli Missionari delle Campagne avevano arricchito la parrocchia di Pibrac con la loro collaborazione fraterna con i laici e la loro presenza viva in mezzo alla gente. Hanno fatto un solco “profondo” nel campo della parrocchia. I religiosi del Sacro Cuore continuano lo spirito di questa collaborazione. La vita comunitaria favorisce la presenza di uno spirito di famigli come fratelli di tutti. La semplicità delle relazioni, la familiarità e la disponibilità nell’accoglienza ci permette di essere attenti agli appelli delle persone che ci circondano e di “portare loro la gioia” di sentirsi amati per quello che sono. Molti religiosi sono passati di qui, ma la gente constata che, al di là delle differenze, è lo stesso spirito che ci anima.

La comunità è sorta fin dall’inizio come casa di formazione. Come viene svolta questa missione oggi? La vita comunitaria fa scelte particolari in questo senso? 
- La formazione betharramita cerca di accompagnare la persona che si sente chiamata da Dio a diventare discepolo di Cristo secondo lo spirito di San Michele. Qui a Pibrac, diamo importanza alla fedeltà alla preghiera personale e comunitaria, alla lettura continua della Dottrina Spirituale, e alla regolarità degli incontri comunitari e dei tempi di ritiro bimensili. Facciamo in modo che anche i pasti siano un’occasione per scambi fraterni.

Qual è l’apporto della presenza di giovani religiosi di passaggio in seno alla comunità?
- Un apporto notevole di giovinezza, di vivacità e di gioia. I ragazzi e i giovani apprezzano il fatto di trovare amicizia e di poter condividere con coetanei le loro preoccupazioni e i loro centri di interesse.

Molti membri della Fraternità Me Voici vivono a Pibrac. Quali sono i rapporti con loro? E quali le loro attese?
- I laici in generale, che facciano parte della Fraternità Me Voici o meno, vivono a stretto contatto con i religiosi, quasi si fosse una famiglia, e c’è una grande solidarietà nel lavoro pastorale. Tutti si interessano alla vita della comunità. Tutti si interessano alla vita della Congregazione. I membri della Fraternità desiderano scoprire con noi quello che il carisma di P. Garicoits ci aiuta a vivere, ed anche condividere con noi le nostre preoccupazioni nei confronti della Congregazione. Ci sono tre gruppi che si riuniscono per approfondire la spiritualità del Fondatore. E’ qui che ha la sua sede operativa l’Associazione Tschanfeto che sostiene il progetto della Fattoria Pedagogica di Adiapodoumé. Sono in contatto con la Scuola Superiore di Agricoltura di Purpan, istituzione gesuita, che segue da vicino lo sviluppo della nostra opera, inviando alcuni stagisti che seguono lo sviluppo del lavoro di formazione e di sfruttamento.

Siete incaricati della basilica di Santa Germana, dedicata a questa pastorella che custodiva il gregge e suscitava l’ammirazione del paese per la sua pazienza, la sua dolcezza e la sua pietà. In quanto fedeli discepoli di san Michele Garicoits, come esprimete il culto per la santa? E questo non vi obbliga a qualche  … “infedeltà” nei confronti del nostro fondatore?
- Santa Germana e san Michele condividono alcuni tratti di santità evangelica (il vangelo della loro festa è lo stesso): l’umiltà, la pazienza, la ricerca della volontà di Dio nelle piccole cose. San Michele conosceva senza dubbio il pellegrinaggio di Santa Germana, e possiamo supporre che, in occasione delle sue visite a Colomiers, presso le Figlie della Croce, (c’era una comunità di queste religiose a Pibrac) abbia rivolto una preghiera alla la santa. Il rettore della Basilica è un padre della comunità. Pibrac può contare anche su una Scuola dei Fratelli di La Salle, e per lungo tempo è stata la sede di un noviziato importante. Siamo circondati dalla santità.

Pibrac è un luogo di pellegrinaggio: come avviene l’accoglienza dei pellegrini? Quale impatto esercita sulla vita della comunità?
- L’accoglienza dei pellegrini è un servizio che la comunità assicura con gioia e cordialità. La comunità lo considera un mezzo di manifestare il suo “eccomi” lasciandosi coinvolgere e disturbare. I laici sono parte a pieno titolo in questo servizio di accoglienza. Senza contare poi che la vicinanza dell’aeroporto di Tolosa Blagnac, offre a molti confratelli l’opportunità di venirci a trovare.

Secondo voi qual è il punto forte della vostra vita comunitaria? Ci sono punti deboli sui quali vorreste lavorare con più assiduità?
-Possiamo dire che il punto forte della nostra vita comunitaria è l’unità nella diversità degli impegni e delle persone. E’ per questo motivo che privilegiamo i momenti comuni della preghiera e la sua qualità e garantiamo la frequenza dei momenti di scambio e di condivisione fraterni.

La festa di Santa Germana è imminente! Nel programma dei festeggiamenti, questo 15 giugno, è programmata una messa per i giovani. In quale misura questi ultimi sono presenti nella vita della parrocchia? La pastorale dei giovani è inserita nel progetto comunitario?
- La partecipazione dei giovani alla vita della parrocchia è essenziale. Molti si riuniscono nei diversi gruppi scouts (di Francia, d’Europa, Scout Unitari) e i genitori sono sempre presenti. La cappellania dell’Insegnamento Pubblico ne riunisce una cinquantina; sono presenti come ministranti sull’altare, cantori nella liturgia. Esistono anche due gruppi Samuele dove vanno alla scoperta delle modalità della chiamata di Dio.
 



 

 


In memoriam

Padre Robert Daquo

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    Layrisse, 14 agosto 1932 - Bétharram, 24 maggio 2012

Padre Robert Daquo ci ha appena lasciati e siamo accorsi numerosi per accompagnarlo in questa messa di suffragio.
      Vorrei fare una piccola presentazione della vita di Padre Daquo; d’altronde sarebbe fargli un torto dilungarsi su tutto quello che ha vissuto, talmente amava passare inosservato per umiltà e discrezione …
      Eppure Padre Daquo meriterebbe che si indugiasse sulle sue qualità umane e spirituali; con molta discrezione, sapeva creare contatti con un sorriso, un gesto, un piccolo scherzo (pensiamo in particolare alla sua presenza tra i giovani del collegio dai quali era molto apprezzato!) Quanto agli insegnanti, uno do loro diceva: «Fin quando ci saranno i fratelli Daquo, chiunque sia il direttore, il collegio funzionerà».
      Padre Daquo era molto sensibile alla sofferenza degli altri: chiedeva notizie di persone che sapeva essere nella prova! Ci ha lasciato l’esempio di un vero figlio di san Michele Garicoits, sapendo restare al suo giusto posto senza creare disagi, senza “essere d’impiccio”, un patraque, come amava dire san Michele.
      In comunità lo si ritrovava spesso in cappella dove passava lunghi momenti di intimità con il Signore.
      Ha trascorso 19 anni alla casa di riposo dal 1993 al 2012; 30 anni al collegio nella segreteria e per la contabilità, dal 1963 al 1993; 6 anni a Bel Sito, dal 1958 al 1964. Aveva trascorso un breve periodo all’apostolicato dopo i suoi studi a Roma.
      A volte si mettono in opposizione i due termini: essere brillante e essere luminoso. Robert era brillante, infatti aveva ottenuto tutti i diplomi di Diritto Canonico, di archivista e di bibliotecario, ma soprattutto è stato luminoso, ricco interiormente, e qui siamo nel dominio della grazia …
      Preghiamo per lui, certamente, ma la nostra preghiera è anche ringraziamento e riconoscenza.

 

Preghiera universale 

- Padre Daquo ci ha mostrato il cammino della dimenticanza di se stessi, dell’umiltà e del servizio … Chiediamo al Signore, per le nostre famiglie e le nostre comunità religiose, queste stesse virtù evangeliche vissute nella pace  e nella fiducia!

- Le Figlie della Croce e i Religiosi di Bétharram sono stati -  e lo sono tuttora – molto vicini nelle opere missionarie. Preghiamo per le nostre due congregazioni chiamate a servire gli uomini di oggi, per rendere visibile l’amore di Dio per il mondo.

- Nelle case di riposo o negli ospedali e nelle cliniche, il dono di sé non è una parola vuota: è una vocazione di ogni momento. Preghiamo perché questo fuoco non si spenga ma che si comunichi, perché è il fuoco dello Spirito Santo …

- Padre Daquo ha raggiunto i suoi cari, in particolare il suo inseparabile fratello. Preghiamo per la sua famiglia che lo ha accompagnato nella malattia, preghiamo per tutti i suoi amici, in particolare quelli che non sono potuti intervenire a questo rito, vorrei ricordare almeno Padre Gaston Hialé che ha mandato la sua partecipazione e che è quanto mai presente con noi, questa sera.


 

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6. IL CAPITOLO GENERALE DEL 1947 

Il Capitolo del 1947 merita un cenno a parte, perché in esso fu decisa una nuova organizzazione amministrativa della Congregazione, la suddivisione in Province. Finora infatti l’intero Istituto era governato dal Superiore generale e dal suo Consiglio, e da lui dipendevano direttamente tutte le comunità sparse in quattro continenti; era il Consiglio generale a nominare i superiori locali e a lui si faceva riferimento per tutti i problemi che potevano sorgere tra i religiosi. Questa unità di governo si rifletteva inoltre nell’unità della gestione economica e nell’unità della formazione dei giovani. Come si è visto c’era un unico noviziato (in Francia) ed un unico seminario maggiore (in Terra santa) per tutta la Congregazione.
Ma questa organizzazione era ormai superata, per almeno tre motivi.
Prima di tutto era la Santa Sede stessa che chiedeva l’introduzione di un nuovo modello gestionale, che prevedesse un’autorità intermedia, il Superiore Provinciale ed il suo Consiglio, distribuita possibilmente a livello nazionale.
Inoltre, la storia e l’esperienza della Congregazione stavano mostrando come il monolitismo del passato doveva in certo qual modo essere necessariamente superato. Con l’espulsione dalla Francia nel 1903, l’Istituto si è via via sempre di più internazionalizzato: seminari minori erano stati creati in Argentina (Barracas), Spagna (Mendelu), Italia (Colico) ed Inghilterra (Droitwich), oltre a quello francese di Bétharram. Nei noviziati e seminari maggiori di Francia e Terra Santa si venivano così ad incontrare e a convivere fianco a fianco giovani di cultura, mentalità e formazione diversa. All’internazionalizzazione della Congregazione non aveva però fatto seguito un adeguato aggiornamento dei metodi educativi-formativi, che, impostati su leggi e regole stabilite ai tempi di san Michele e codificate nei famosi “Coutumiers”, garantivano certamente da un lato l’unità della Congregazione e la continuità della tradizione di san Michele e di padre Etchécopar, ma dall’altro per certi versi soffocavano le spinte di novità che provenivano dalla periferia della Congregazione. Questa, che oggi chiameremmo mancanza di “inculturazione” del carisma bétharramita, non ha fatto nient’altro che esasperare le divisioni ed i nazionalismi. La decentralizzazione del governo, con la suddivisione della Congregazione in piccole unità amministrative nazionali, poteva garantire un miglior funzionamento dell’Istituto stesso ed il rispetto delle culture e delle diverse mentalità.
Infine, l’esperienza vissuta dalla Congregazione nella seconda guerra mondiale aveva ulteriormente costretto a riflettere su questi temi. Le difficoltà di comunicazione o addirittura la loro totale interruzione, come nella caso della Cina, rimasta isolata dal resto della Congregazione per oltre sei anni, avevano già costretto il Superiore generale, p. Denis Buzy, nel 1939-40, a nominare nei diversi Paesi un Delegato generale, per la gestione straordinaria delle residenze loro sottomesse.
Il primo Capitolo  Generale post-bellico fu chiamato a decidere su questa nuova forma di governo. Esso si svolse a Bétharram dal 12 al 23 gennaio 1947. A questo Capitolo, per la prima volta, partecipano anche dei religiosi bétharramiti non-francesi. Infatti su 22 padri capitolari erano presenti i padri William Lyth dall’Inghilterra, Alessandro del Grande dall’Italia, Antonio Garcia e Valentin Perez dall’Argentina. Inoltre, nel nuovo Consiglio generale, uscito dalle urne del Capitolo, troviamo la presenza del primo “straniero”, p. Feliciano Cattaneo, eletto economo generale.

Roberto Cornara

 

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