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Gustavo Papa 01
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13/07/2012

Notizie in Famiglia - 14 luglio 2012


Sommario

 

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La parola del Padre Generale

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L'OBBEDIENZA BETHARRAMITA

“L’obbedienza filiale per amore è l’anima della nostra Congregazione: ‘Ciò che ci deve caratterizzare è lo spirito d’obbedienza … Se l’obbedienza manca, manca la ragione d’essere’” (RdV 60; DS 196-197).

Questa citazione e il titolo di questa sezione della Regola di Vita mostrano chiaramente che l’obbedienza fa parte della nostra identità di Religiosi del Sacro Cuore di Gesù. La contemplazione e l’imitazione del Cuore obbediente di Cristo, appassionato nel compiere la volontà del Padre suo (art. 60), fanno parte dell’originalità dell’esperienza di fede di San Michele Garicoïts e di tutti i Betharramiti di oggi e di sempre. Gesù obbediente, animato dalla Spirito di suo Padre al momento della concezione, quando dice: Eccomi, Dio mio, per fare la tua volontà (Eb 10,7). Gesù che proclama di doversi occupare delle cose del Padre, quando Maria gli chiede: Perché ci hai fatto questo? (Lc 2, 48-49). Gesù obbediente che nel Getsemani dice: Abba, la tua volontà, non la mia (Lc 22,42). Gesù obbediente alla volontà del Padre in ogni istante della sua esistenza, «Questo è stata la ragione di tutte le azioni di Nostro Signore Gesù Cristo. “Mio cibo – diceva – è fare la volontà di colui che mi ha inviato e io mi impegno a dare compimento a tutti i suoi desideri”» (DS 92-93).
L’obbedienza è possibile soltanto in un progetto di vita capace di rinunciare ai propri interessi per fare propri gli interessi e i progetti del Padre per il bene integrale di tutti gli uomini. L’obbedienza per amore si oppone all’ “io come il fine di ogni cosa” (RdV 59; DS 83). “La nostra vocazione è quella di metterci al servizio della missione in modo libero e responsabile, disponibili ad andare oltre ciò che ci piace per compiere ciò che piace al Padre”  (Gv 8,29; RdV 63). Così è avvenuto in Gesù obbediente al Padre, nell’obbedienza di San Michele Garicoïts al suo vescovo, nell’obbedienza di ogni betharramita, di oggi e di sempre, ai legittimi superiori. E il segreto dell’obbedienza di Gesù è espresso in modo chiaro da Benedetto XVI: “Nella sua [di Gesù] morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l’uomo e salvarlo - amore, questo, nella sua forma più radicale” (DCE, 12). Il vero betharramita non vive per se stesso, ma per Dio e per collaborare al suo progetto di salvare tutti gli uomini. Mediante la professione religiosa, offriamo la nostra volontà come sacrificio totale di noi stessi a Dio nostro Padre (art 60).
Questo è l’amore nella sua forma radicale: obbedienza e amore vanno di pari passo. San Michele parla della doppia legge: quella interna, dell’amore e quella esterna, dell’obbedienza. E’ lo Spirito Santo, il Maestro interiore, che è solito imprimere nei cuori la legge interiore dell’amore. La legge dell’obbedienza risponde a mezzi esterni:  la Regola di Vita, la comunità e gli ordini dei superiori. “Dio, dal quale procede ogni bene, chiede strumenti spogliati di tutto, soprattutto di se stessi, con un cuore totalmente disposto a rispondere all’azione dello Spirito Santo, alla legge dell’amore e della carità che è solito imprimervi e la grande legge dell’obbedienza, seguendo l’esempio di Nostro Signore”  (Corr, II, lett. 293, pagg 128-130).
Solo a partire dalla nostra esperienza di fede in Gesù Cristo, si può giustificare la rinuncia al nostro diritto di essere indipendenti, coltivando progetti propri, e la libera decisione di fare propria la volontà di Dio. Uniti a Cristo nell’offerta di tutto il nostro essere per amore, ci rendiamo liberi rinunciando alle nostre più legittime aspirazioni per essere fedeli alla missione della comunità. Così diventiamo discepoli di Gesù: “che camminano con i cuori traboccanti di una santa gioia, che corrono e volano nel servizio di Dio” (RdV 64; DS 156).
Da questa prospettiva, un Betharramita è un uomo di discernimento, che cerca, con la sua comunità e i suoi superiori, la volontà di Dio. Un Betharramita, con l’aiuto dei suoi fratelli, mette in pratica con tutte le sue forze la volontà di Dio espressa dal progetto comunitario-apostolico. Un Betharramita accetta nella fede le decisioni dei legittimi superiori, decisioni prese in linea con le istanze di governo contenute nella Regola di Vita. Caratteristica propria dei Betharramiti è quella di obbedire al Papa e ai Vescovi delle chiese dove si trovano le nostre comunità, per quanto riguarda il bene delle persone, la celebrazione dei sacramenti e l’esercizio della pastorale (art 62). Senza una tale obbedienza dei religiosi ai superiori, la Congregazione non potrebbe assumere impegni stabili con le Chiese locali perché non sarebbe in grado di onorarli.
Siamo stati chiamati dallo Spirito a riprodurre l’umiltà e l’obbedienza di Cristo. Siamo inoltre stati convocati per aiutarci a vivere il carisma nella comunione fraterna. E’ la comunità il luogo privilegiato per discernere ed accogliere la volontà di Dio, e per camminare insieme in unione di mente e di cuore ( VC 92; RdV 66). I fratelli della comunità sono tenuti ad aiutare un fratello a prendere quelle decisioni che l’obbedienza gli può richiedere, avendo sempre come riferimento la nostra comunione con Gesù obbediente, e la richiesta di obbedienza che i Superiori maggiori fanno come un bene per lui stesso e per l’impegno missionario assunto dalla Congregazione.
Un cambio di comunità e di missione deve essere considerato anzitutto come un bene per il religioso; tale cambio esige certo una rinuncia, ma gli apre nuove possibilità, e diventa sorgente di ricchezza e di crescita personale. In seno alla comunità, il superiore è al servizio di Dio per il bene (Rom 13,4; RdV 67). Il servizio del superiore di comunità è quello di favorire l’unità della comunità intorno alla fedeltà di ognuno al carisma di san Michele Garicoïts. Il Superiore esplica tale servizio, valorizzando e stimolando i doni di ciascun religioso, favorendo la creatività e il coraggio missionario, mettendo in guardia contro l’attivismo che può mettere in pericolo la salute, l’equilibrio personale, la vita spirituale, la fraternità e finanche l’autentico servizio missionario.
L’obbedienza, come la castità e la povertà, danno alla vita di Gesù come a quella dei consacrati, una dimensione escatologica: liberando i nostri cuori dalle bramosie del piacere (art 43) e dall’attaccamento ai beni materiali e agli affetti; sacrificando oggi la nostra libertà per scegliere la realizzazione della volontà del Padre, desideriamo annunciare quel giorno in cui “quando tutto gli sarà sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti…” (1 Cor 15,28; RdV 69).

Gaspar Fernández Pérez, SCJ

 


 

smichel.jpgSan Michele Garicoits scrive... 

Il dovere dei Superiori che certamente ignorano alcune regole

Se i religiosi non sono circondati dalla premura, dall’attenzione e dal buon esempio dei superiori, non potranno mai emanare il profumo delle buone virtù, non produrranno che rovi e spine. Non avendo più argini sufficientemente forti per fermare il corso degli abusi, i superiori stessi si scoraggeranno. I superiori devono dunque avere le regole e i regolamenti e leggerli spesso. Il superiore della società cercherà di ottenere egli stesso, o tramite i suoi visitatori, delle informazioni specifiche. Leggendo le regole insieme al superiore locale e al suo consiglio, faranno notare i punti in cui tali regole sono disattese e individueranno il modo per rimetterle in vigore. (336)

 



Spiritualità laicale

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VIVERE LA SPERANZA CON MARIA

Sabato 26 maggio si è svolto l’incontro mensile della Fraternità dei laici betharramiti “Nè Mè”. In un primo momento la Fraternità ha avuto modo di riflettere sul tema: “Maria, modello di speranza”.
Vi proponiamo uno stralcio di questa riflessione che è stata presentata dai laici betharramiti Félicien Valentin e Léontine.

Coscienti che il fondamento della Speranza per il popolo di Dio è l’alleanza, le promesse di Dio e la risurrezione di Gesù Cristo, i cristiani condividono la virtù della speranza con Maria che continua ad esercitare un’influenza benefica sulla vita della Chiesa. Questa speranza riguarda essenzialmente i beni materiali e spirituali, invisibili e futuri: infatti quello che si vede non è più oggetto di speranza.
In effetti, Madre degli uomini, Maria conosce bene i bisogni e le aspirazioni dell’umanità. Ecco perché siamo chiamati a metterci alla sua scuola, seguendola come modello e cercando di vivere come lei nella piena fiducia della sua intercessione.
Con la sua vita, Maria incoraggia tutti i cristiani a vivere con uno zelo particolare, la castità secondo il loro stato di vita e ad affidarsi al Signore nelle diverse circostanze dell’esistenza. I giovani in ricerca di un amore autentico dovrebbero guardare alla Vergine e invocare il suo aiuto materno per custodire la purezza.
Maria ricorda inoltre ai coniugi i valori fondamentali del matrimonio, aiutandoli a superare le tentazioni dello scoraggiamento e a dominare le passioni che tentano di assoggettare il loro cuore. La sua totale donazione a Dio costituisce per loro un forte incoraggiamento a vivere nella fedeltà reciproca.
Maria mostra ai cristiani come vivere la fede, cammino di impegno e di partecipazione che richiede audacia, coraggio e costante perseveranza, imparando sempre più a trovare nella volontà di Dio la stessa gioia che lei ha vissuto (D.S. 436) abbandonandosi completamente a Dio per guardare verso l’altro.
La presenza di Maria nella Chiesa rassicura i cristiani a mettersi ogni giorno all’ascolto della parola del Signore per meglio far proprie le diverse speranze quotidiane nel disegno d’amore di Dio per loro.
Oggi, Maria invita tutta l’umanità (infatti sempre più lei è onorata da credenti che non appartengono alla comunità cattolica), a vivere sperando in un mondo migliore, in un mondo di pace. Per lei, che ha sperato contro ogni speranza, è questo il segno della sua maternità spirituale universale e questo rappresenta un grande segno di speranza per il cammino ecumenico, pegno di pace e di unità.
Infine, glorificata corpo e anima in cielo, Maria contribuisce a rafforzare la nostra speranza. La Madre di Gesù rappresenta così e inaugura la Chiesa nel suo compimento nel futuro, nell’attesa della venuta del Signore. Brilla già come segno di speranza certa e di consolazione per il popolo di Dio. È una vera speranza per l’essere umano che vede nell’Assunzione di Maria il modo in cui si realizzerà per ciascuno di noi la perfezione della vita cristiana.
Avendo raggiunto, da parte sua, la beatitudine per aver creduto al compimento delle parole del Signore, Maria accompagna i credenti e la Chiesa tutta, affinché in mezzo  alle gioie e alle prove della vita presente, siano nel mondo profeti autentici di speranza.
Infatti, la speranza posta in Maria esige fiducia da parte nostra. È per questo che, volendo far crescere in noi questa fiducia, Gesù ci ha donato come madre ed avvocata la sua propria madre (Gv. 19,27), e le ha concesso il potere di ottenerci la grazia della nostra salvezza e la speranza di ottenere tutti i beni per la gloria di Dio.
È dunque a giusto titolo che noi proclamiamo Maria nostra speranza, poiché speriamo di raggiungere, attraverso la sua intercessione, ciò che le nostre sole preghiere non sarebbero in grado di ottenere. La preghiamo affinché la dignità di una tale mediatrice venga in aiuto alla nostra debolezza.
Pregare Maria nutriti da una tale speranza, non vuol dire sfidare la misericordia divina, ma riconoscere la nostra indegnità.
Così, la Chiesa ha ragione di chiamare Maria Madre della santa speranza, cioè colei che fa nascere in noi non la vana speranza dei beni vacui e passeggeri di questa vita, ma la santa speranza dei beni immensi ed eterni della vita futura.

Félicien Valentin et Léontine

 


 

Verso il 150°

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UN CAMMINO DI PURIFICAZIONE PER RINSALDARE L'UNITÀ

Continuiamo il nostro percorso di avvicinamento al 150^ anniversario della morte di S. Michele che si celebrerà dal 14 maggio 2013 al 14 maggio 2014.
P. Enrico Frigerio, coordinatore della commissione in preparazione alla ricorrenza, propone alla nostra attenzione questa riflessione...

In questo periodo che precede l’inizio ufficiale dell’Anno Giubilare dedicato a San Michele, ritengo sia utile rileggere alcune direttive che il Beato Giovanni Paolo II, nella Lettera Apostolica Tertio Millennio Adveniente, del 1994, dava a tutta la Chiesa che si stava preparando all’Anno Giubilare 2000. Si tratta, per noi, di collocare quelle indicazioni nel contesto della nostra famiglia religiosa.
Un primo punto verteva sul riconoscimento della propria condizione di peccatori. Il Papa ricordava che la Chiesa “non può varcare la soglia del nuovo millennio senza spingere i suoi figli a purificarsi, nel pentimento, da errori, infedeltà, incoerenze, ritardi. Riconoscere i cedimenti di ieri è atto di lealtà e di coraggio che ci aiuta a rafforzare la nostra fede, rendendoci avvertiti e pronti ad affrontare le tentazioni e le difficoltà dell’oggi” (TMA 33). La nostra Congregazione, a tutti i livelli, è invitata a porsi in questo atteggiamento penitenziale nelle varie iniziative che caratterizzeranno questo periodo di preparazione all’Anno Giubilare. Il Superiore Generale, nella sua relazione introduttiva al Capitolo Generale ci incoraggiava affermando che “la coscienza del nostro peccato non può essere motivo per rimanere fermi” ma che “abbiamo bisogno di esaminarci, con autenticità, in tutti gli aspetti della nostra vita”. Rafforzava inoltre questo suo invito con l’esempio di san Michele che, scrivendo ad una religiosa la invitava a guardare al male presente nella sua vita e dire al Signore: “questo è frutto del mio giardino; altro non può venire da me; però dite soltanto una parola e tutto cambierà d’aspetto”.  Celebrare un Anno Giubilare è anche mettersi in ascolto per accogliere quella “parola” e lasciare che anche la nostra vita cambi di aspetto.
Un altro punto che caratterizza la lettera è il profondo desiderio di unità tra i cristiani. Si parla di ferite e divisioni che devono essere curate e si insiste sul dialogo e soprattutto sulla preghiera per l’unità.
“Tra i peccati che esigono un maggiore impegno di penitenza e di conversione devono essere annoverati certamente quelli che hanno pregiudicato l’unità voluta da Dio per il suo Popolo … Siamo però tutti consapevoli che il raggiungimento di questo traguardo non può essere solo frutto di sforzi umani, pur indispensabili. L’unità, in definitiva, è dono dello Spirito Santo. A noi è chiesto di assecondare questo dono senza indulgere a leggerezze e reticenze nella testimonianza della verità, ma mettendo in atto generosamente le direttive tracciate dal Concilio e dai successivi documenti della Santa Sede”. (TMA 34)
Possiamo fare nostro questo invito a lavorare per l’unità sapendo con quanta passione lo stesso san Michele affrontava questo argomento:  “Nostro Signore chiede per noi la realizzazione di quel progetto di Dio attraverso queste parole di fuoco: Che siano uno come noi … che siano uno in noi (Gv 17,11.20-21). Come noi, cioè come immagini imperfette che possono assomigliare ad un modello. In noi, sorgente e principio di unità, attraverso il quale e nel quale siamo uniti. Che siano uno in noi! che noi siamo non solo il modello, ma il legame della loro unità. Che siano, attraverso di noi e per grazia, ciò che noi siamo per natura e in noi stessi …”
Sono parole forti che siamo chiamati a riprendere e a fare nostre in questo momento di grazia, parole che possono aiutarci a rinnovare il nostro impegno attorno alle varie iniziative che saranno organizzate in occasione del 150°. Dal concorso per la scelta del logo agli incontri di preghiera; da una mostra fotografica ad un pellegrinaggio, tutto ci porta a guardare verso San Michele, tutto porta a ravvivare in noi il carisma che lui ci ha lasciato e che è quanto mai attuale oggi nella Chiesa, per il mondo.
Anche noi, come il Beato Giovanni Paolo II, affidiamo l’impegno della nostra Congregazione alla intercessione di Maria, perché orienti la nostra Congregazione a rinnovare con il Verbo Incarnato il suo “Ecce Venio”.
 
Enrico Frigerio, SCJ
 

 
 

5 minuti con...

... la comunità di Bouar-Nien, Centrafrica

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Nel Natale del 1986 due religiosi betharramiti, P. Arialdo Urbani e P. Antonio Canavesi, furono accolti nella Diocesi di Bouar-Niem. Iniziò così l’avventura di Betharram nella Repubblica Centroafricana. Oggi, a distanza di 25 anni, il Vicariato (che si compone di 9 religiosi) racconta la propria esperienza, le proprie attese e osa dare uno sguardo verso il proprio futuro.

Nef: Recentemente la comunità ha festeggiato il 25° della presenza betharramita in Centrafrica. Come e perché è nata questa presenza nel cuore dell’Africa?
- La nostra presenza da 25 anni nella Repubblica centrafricana proviene direttamente da una decisione di un capitolo della provincia italiana negli anni 80, dove si avvertì chiaramente la necessità di aprirsi più concretamente alle nuove povertà (vedi anche la successiva apertura della casa-famiglia di Monteporzio)
Fu così che p. Arialdo Urbani, in qualità di apripista, e p. Antonio Canavesi arrivarono a Niem nel Natale del 1986.La scelta della R.C.A. e più precisamente di Niem è dovuta anche al fatto di aver conosciuto il vescovo della nascente diocesi di Bouar  Mons. Armando Gianni. Ci piace anche sottolineare che la neonata missione fu da subito sostenuta e fatta conoscere da un gran numero di religiosi della ex provincia.

Quali erano le caratteristiche della missione agli inizi? 
- Si deve considerare che, prima del nostro arrivo, tutto il vasto territorio della missione di Niem era visitato saltuariamente dai Padri cappuccini e non c’era alcuna postazione missionaria fissa. La prima opera è stata di formare catechisti capaci di far vivere e sostenere le neonate comunità della brousse. L’azione evangelizzatrice è stata l’attività primaria. Ci si è però subito resi conto che si doveva dare una risposta positiva alle richieste della chiesa centrafricana che indicava l’educazione e la sanità come priorità assolute per favorire un minimo di sviluppo umano. Ecco allora la nascita delle scuole di villaggio (oggi tra Bouar e Niem sono circa 30 e danno la possibilità a più di 4.000 ragazzi di imparare a leggere e a scrivere grazie anche ad un efficacissimo sistema di adozioni a distanza). E poi c’è il dispensario di Niem che oggi conta più di 60 posti letto. Dal 2010 si è affiancato il Centro S. Michele per l’assistenza ai malati di AIDS.

Dopo alcuni anni di presenza a Niem, la comunità ha allargato i suoi orizzonti accettando la responsabilità della Parrocchia “N.S. di Fatima” a Bouar; poi, recentemente, si è sentito il bisogno di avere un punto di riferimento “betharramita” che fosse casa di formazione e luogo privilegiato per l’animazione vocazionale e per un’apertura ai molti bisogni sociali: è sorta così la “Casa S. Michele” a Bouar con, annesso, il Centro per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili (AIDS). Quali sono le condizioni che vi hanno spinto verso queste nuove aperture?
- Siamo responsabili della parrocchia di Fatima dal settembre 1996, in seguito ad un invito rivoltoci da Mons. Gianni. Naturalmente questa apertura in città ci ha permesso di confrontarci con un ambiente diverso dalla brousse e soprattutto ci ha dato l’opportunità di iniziare ad accogliere dei giovani che cominciavano a bussare alla nostra porta. Col passare del tempo nasceva sempre più chiara la necessità di avere una casa nostra, la residenza S. Michele aperta nel 2010. Questo ci permette di avere più spazi e di accogliere dei giovani in modo più adeguato, grazie anche alla nuova abitazione la cui apertura si è avuta quest’anno.
Nella residenza S. Michele è attivo dal 2010 il Centro di Sanità comunitario “S. Michele” per i malati di AIDS. Anche questa apertura è stata sollecitata da Mons. Gianni e noi abbiamo accettato prontamente. Nel giro di due anni questa struttura è diventata un punto di riferimento nazionale, grazie anche all’attrezzatissimo laboratorio e alla collaborazione con il Mosaico di Monteporzio e con due importanti centri ospedalieri italiani: lo Spallanzani di Roma e il S. Raffaele di Milano.
Vorremmo sottolineare che il funzionamento di questo centro è affidato completamente alla Provvidenza, (visto che l’assistenza ai malati è completamente gratuita), la quale ci ha aperto diverse porte, tra cui la collaborazione col Fondo Mondiale per l’AIDS.

Ora ci sono tre residenze ma una sola comunità; ricordiamo, inoltre, che tra la residenza di Niem e le due residenze di Bouar vi sono circa 70 km... Come riuscite a “fare” comunità? Con quali ritmi? Come riuscite a vivere gli incontri comunitari e i momenti di spiritualità?
- Sicuramente questa è la risposta più impegnativa. È difficile vivere veramente in una comunità con 3 residenze e con un superiore che si trova a 70 kilometri dalle due residenze più importanti. Fino ad oggi comunque tutti noi ci siamo presi l’impegno di essere fedeli all’incontro comunitario mensile e ci piace dire che nessun religioso è mai mancato a questo appuntamento. Abbiamo fissato degli incontri di animazione spirituale in avvento ed in quaresima. Inoltre il vicario si reca a Bouar settimanalmente. Naturalmente questo è sicuramente insufficiente; ed in seguito alla recente visita del Superiore Regionale, stiamo progettando una nuova struttura per il vicariato. Certo le strutture non possono fare granché se non c’è il desiderio di stare insieme e di servire insieme, ciascuno coi propri talenti, nella congregazione, la Chiesa locale.

Ciò che colpisce è il forte impegno a livello sociale. In una realtà segnata da forti tensioni e da una povertà “cronica”, i religiosi betharramiti in comunità vivono il loro impegno speso tra evangelizzazione e promozione umana. Scuole di villaggio, dispensario, TAD (centro di prevenzione)... Sono queste le “emergenze” maggiori nel tessuto sociale nel quale vivete? Perché e quali sono le cause?
- Come già sottolineato, da diversi anni la Chiesa centrafricana ha evidenziato due priorità assolute: la scuola e la sanità, e da subito queste sono diventate anche le nostre priorità per un servizio il più possibile efficace alla nostra gente.
Si deve porre in evidenza che lo Sato centrafricano è praticamente assente al di fuori della capitale Bangui e le Chiese, in particolare quella cattolica, assieme ad alcune ONG, si stanno impegnando a fondo per garantire un minimo di dignità e sviluppo alle popolazioni locali.
Oltre l’impegno nella scuola e nella sanità, naturalmente vi è il forte impegno a livello dell’evangelizzazione.

Il Capitolo Generale ci ha ricordato che “l’animazione vocazionale è un impegno di ogni religioso. Non dobbiamo avere paura dei giovani, essi ci spingono ad una conversione continua: perché la nostra testimonianza sia sempre più coerente; perché abbiamo uno sguardo positivo sul nostro futuro.” La comunità si propone come pro-vocazione per i giovani? Come?
- Accogliere davvero dei giovani è sempre una sfida e, nel nostro contesto, ancora di più. Il discernimento vocazionale non è semplice perché si deve tenere conto, tra le diverse cose, anche del basso livello scolastico dei giovani che bussano alla nostra porta.
Accogliendo gli “aspiranti” (la casa S. Michele ospita dei giovani per un periodo di 2 anni prima di inviarli eventualmente per gli studi in Costa d’Avorio) cerchiamo anzitutto di stimolare i giovani ad avere fiducia in loro stessi, offrendo loro dei corsi per una formazione umana, religiosa e biblica. Naturalmente vi è anche la sottolineatura dell’importanza di rendersi disponibili ai vari servizi richiesti dalla comunità, non ultimo un sano lavoro manuale...
Una cosa che colpisce i giovani che ci frequentano è il nostro costante impegno nell’evangelizzazione e nel  servizio di ogni uomo senza alcuna distinzione di razza, di credo religioso. In questo periodo stiamo preparando un progetto di accoglienza per alcuni giovani che saranno con noi dal prossimo settembre.
Siamo anche pronti a riprendere l’accoglienza dei giovani in formazione che già appartengono alla nostra famiglia religiosa. 



 

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7. GLI INTERVENTI AI CAPITOLI 

 

 

 

Il Capitolo del 1947 fu decisivo per la storia dei successivi 60 anni circa della Congregazione. Infatti in esso fu decretata la suddivisione della Congregazione in Province. Per la precisione, ai padri capitolari non fu chiesto di decidere come suddividere la Congregazione, o quali accorpamenti nazionali fare, ma a loro fu richiesta una decisione di principio: ossia ammettere o meno l’introduzione di questa nuova forma di governo intermedio. Spettò infatti al nuovo Consiglio generale l’attuazione pratica della decisione capitolare, come in seguito vedremo.
Dagli interventi nelle sessioni del Capitolo Generale emerge che l’assemblea capitolare era tutta favorevole, eccetto voci isolate, al principio di introdurre la suddivisione della Congregazione in Province. Le motivazioni ricorrenti erano le seguenti:
•    mettere fine al “regime coloniale” (Labouerie) in cui per troppo tempo la Congregazione è vissuta, cosa che ha fatto dell’Europa un serbatoio di vocazioni per mantenere le opere americane, e l’America una “…colonia concepita per procurare soldi…”;
•    mettere fine al “sistema d’esportazione” che si è sviluppato soprattutto dopo la prima guerra mondiale, per cui novizi e scolastici americani, italiani, inglesi e spagnoli venivano raggruppati tutti assieme per studiare e “costretti a farsi una mentalità, parlare una lingua, adottare costumi non loro”;
•    mettere fine ad un nazionalismo sempre più invadente, ad un “razzismo religioso”(Labouerie), «al disagio che è frutto dell’attrito tra nazionalità » (Garcia), che minacciano la stabilità e la vita delle comunità, inaspriscono i cuori e gli animi, rendono difficile una testimonianza vera ed autentica di vita religiosa;
•    permettere che lo spirito di san Michele possa incarnarsi in nuovi Paesi, produrre frutti eccellenti, organizzarsi in loco e svilupparsi;
•    permettere una migliore e più radicata animazione vocazionale con un conseguente aumento dei membri dell’Istituto;
•    soprattutto permettere che le nuove generazioni siano formate facendo attenzione alla loro cultura, alla lingua, ai costumi locali: «Formate dei veri Betharramiti; in Inghilterra secondo lo stile inglese; in Francia secondo lo stile francese; in Italia secondo lo stile italiano, etc .» (Suberbielle); «Dateci fiducia, sapremo trovare delle persone» (Lyth); «Bétharram è il nome di una famigli alla quale dobbiamo e vogliamo procurare in Italia un’intensità di vita e una crescita di sviluppo proporzionate ai grandi desideri del Beato» (Del Grande);
•    permettere una migliore disponibilità economica e di conseguenza una più intelligente ed equa condivisione dei frutti del lavoro apostolico;
•    rispondere ad una attesa e ad un vivo desiderio della base.
Le poche voci contrarie temevano invece una frantumazione della Congregazione, il rischio di una autonomia esagerata che avrebbe portato ad «un indebolimento dello spirito di corpo, dello spirito di unità»; addirittura si paventava il pericolo di uno scisma nella Congregazione; inevitabili furono poi le interminabili discussioni capitolari sulle conseguenti difficoltà economiche che potevano aver ripercussioni su tutto l’Istituto.
Tuttavia la Congregazione era pronta al grande passo e la decisione fu irrevocabile. Nel verbale, nella sessione decisiva delle votazioni, così si legge: «Allo scrutinio  segreto, la votazione riguardante l’esperimento delle Province, su 23 votanti, dà 22 sì una scheda bianca. Nel messaggio conclusivo, il Superiore Generale, qualifica questa unanimità come ‘votazione storica nella vita dell’Istituto’ e crede di percepire la Voce del Sacro Cuore ripetere il duc in altum rivolto a suo tempo a san Pietro».

Roberto Cornara

 

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La redazione è a cura del Consiglio Generale.

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