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14/04/2013

Notizie in Famiglia - 14 Maggio 2013


Sommario

 

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La parola del Padre Generale

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LE TROMBE DEL GIUBILEO

Al decimo giorno del settimo mese, farai echeggiare il suono del corno;
nel giorno dell’espiazione farete echeggiare il corno per tutta la terra
(Lv 25,9)

Un concerto di trombe mi ha svegliato presto questa mattina. Al principio il loro suono era lontano ma, a partire dalle sette, le trombe sembravano vicine e la loro sonorità intensa, melodiosa e gradevole, si univa a quella delle campane del Santuario di Bétharram che suonavano l’angelus mattutino. In seguito ho notato che la musica sembrava allontanarsi seguendo il cammino del sole verso occidente. Quel sole che – “simile a uno sposo che esce dalla stanza nuziale, esulta come un prode che percorre la via. Sorge da un estremo del cielo e la sua orbita raggiunge l’altro estremo e nulla si sottrae al suo calore” (Sal 19, 6-7) – a San Michele Garicoïts ricordava lo slancio gioioso con cui il Verbo incarnato, dall’istante del suo concepimento, iniziava come un eroe a percorrere il  cammino verso la Croce.


È allora che ho cominciato a capire che si trattava delle trombe del Giubileo che avevano cominciato a risuonare in Thailandia per dirigersi in Argentina, in Brasile ed in Paraguay, toccando tutte le comunità in cui i Betharramiti vivono la loro missione. Sono oggi 150 anni da quando, per l’esattezza il 14 maggio 1863, il nostro amato Padre Garicoïts concludeva il suo pellegrinaggio terreno e cominciava la sua vita nella gloria celeste, accanto al Padre, al Cuore di Gesù, allo Spirito Santo e a Maria e San Giuseppe, con i 144.000 eletti di cui parla l’Apocalisse. Quell’anno, il 14 maggio cadeva nel giovedì dell’Ascensione.
Quest’oggi, su tutta la terra, noi tutti, figli di San Michele Garicoïts, religiosi e laici, diamo inizio a un anno giubilare e vogliamo proclamare con le trombe, con le nostre voci e con la testimonianza di tutta la nostra vita le meraviglie del Signore. “Dal sorgere al calar del sole, lodato sia il nome del Signore! Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare nessuno dei suoi benefici! Canta al Signore un cantico nuovo perché ha compiuto meraviglie! Benedici il Signore, anima mia, benedici il Signore! La mia anima proclama la grandezza del Signore! Magnificat!”
Magnificat!...per il dono prezioso della persona di San Michele Garicoïts, nostro Padre, che ci ha fatti nascere alla vita religiosa in cui abbiamo trovato la gioia di vivere!
Magnificat!...perché Padre Garicoïts “era convinto che il Dio degli umili e dei poveri l’avesse scelto a questo scopo, lui, il pastorello dell’ultima baita del villaggio di Ibarre; lui, che era un disastro, un nulla”!
Magnificat!...perché fin dall’infanzia Michele aveva fame e sete di Dio, al punto di scalare le montagne del circondario per toccare il cielo, là dove la mamma gli aveva detto abitava il buon Dio!
Magnificat!...perché a Oneix, quando tanto desiderava incontrarsi con Gesù nella prima comunione, questi gli fece conoscere il suo amore, lo consolò e lo colmò di gioia per aver trovato il tesoro e la perla nascosta!
Magnificat!...perché San Michele ha vissuto il suo cammino di formazione al sacerdozio, dovendo sempre al tempo stesso lavorare.
Magnificat!... perché Gesù, Sacerdote eterno e servo del Padre, lo ha reso partecipe del suo sacerdozio ministeriale il 20 dicembre 1823 nella cattedrale di Bayonne!
Magnificat!...perché il Padre delle misericordie gli ha fatto il dono della conversione, grazie alla testimonianza della povertà religiosa delle Figlie della Croce di Igon, e della loro fondatrice Suor Elisabetta Bichier des Âges; infatti la “dignità sacerdotale” era andata alla testa a Michele, facendogli dimenticare le sue umili origini!
Magnificat!.. perché nella solitudine «delle quattro mura» di Bétharram, Padre Garicoïts ha ricevuto il tesoro del carisma: vide vescovi piangere e fece l’esperienza di Gesù annientato e obbidiente, scoprendo che la sua imitazione era il vero mezzo cui far ricorso contro i mali che affliggevano quell’epoca!
Magnificat!... per i compagni che gli furono donati, nell’ottobre del 1835, con i quali vivere in comunità il carisma del Cuore di Gesù annientato, mite e obbidiente: i Padri Guimon, Perguilhem, Chirou, Larrouy, Fondeville, e tutti quelli che sarebbero venuti in seguito!
Magnificat!... perché San Michele viveva dell’amore di Dio, un amore che sentiva nel suo cuore come un fuoco insopportabile, così come egli stesso ebbe a confessare!
Magnificat!... perché ha dovuto vivere l’esperienza spirituale di Gesù annientato e obbidiente così come Abramo: obbedire al suo vescovo pur avendo la convinzione che, seguendo questo commino, la Congregazione che Dio stesso gli aveva chiesto di fondare sarebbe andata verso la dissoluzione!
Magnificat!...perché il Dio fedele alle promesse, il Dio in cui San Michele riponeva piena  fiducia, confermò le sue opere quando – vent’anni dopo la sua morte – papa Pio IX approvò la Congregazione!
Magnificat!...per la gioia che San Michele, grazie al suo dono del discernimento, procurò a moltissime persone aiutandole a scoprire la loro vocazione e, attraverso il sacramento della riconciliazione, a vivere l’amore di Dio manifestato nel perdono sacramentale!
Magnificat!...per lo spirito missionario di Michele, per le missioni popolari e per il lavoro di educazione dei giovani a Bétharram, Asson, Mauléon, Oloron, Orthez, contro il parere di molti suoi compagni!
Magnificat!...per l’obbedienza e l’audacia dei primi missionari inviati in Argentina: i Padri Barbé, Larrouy, Guimon, Harbustan, Sardoy e i Fratelli Magendie, Fabien e Johannes, e per le missioni, popolari ed educative, realizzate con tanta generosità che esse sussistono ancor oggi!
Magnificat!...per la vita e la proposta di Michele Garicoïts, che continua ancor oggi a entusiasmare tanti uomini e donne, religiosi e laici, giovanissimi, giovani e adulti in quindici Paesi, per portare l’amore del Cuore di Gesù nel cuore del mondo, un amore di cui tantissimi uomini e donne hanno tanto bisogno!
Magnificat!..per la vita di tutti coloro che, sparsi per il mondo, continuano a dare testimonianza della mitezza, dell’umiltà e dell’obbedienza del Cuore di Gesù, come ci insegna San Michele Garicoïts.
Magnificat!...perché nel 1863 coloro che l’amavano ne piangevano la perdita, mentre nel 2013 noi ci rallegriamo perché la sua beatificazione nel 1923 e la sua canonizzazione nel 1947, ci portano a lodarlo per i doni di cui il Signore lo ha arricchito per il bene della Chiesa, e per tutti i frutti già prodotti.
Magnificat!... perché la Congregazione che il Signore gli ha dato l’ispirazione di fondare è attualmente presente in tutto il mondo, e continua la sua missione di portare agli altri la medesima gioia che nasce dal vivere dell’amore di Dio, reso manifesto da Gesù annientato e obbediente.

Che le trombe continuino a echeggiare, senza fermarsi; che il loro suono diffonda nel mondo intero la lode del Signore, e proclami le meraviglie da lui compiute nell’umile pastore basco di Ibarre, Michele Garicoïts, e, ancora oggi, nei suoi discepoli, religiosi e laici, da un capo all’altro della Terra!

Gaspar Fernández Pérez, SCJ

 


smichel.jpgSan Michele Garicoits scrive...

La Provvidenza governa tutto nel mondo. Essa si serve di mezzi umanamente contraddittori. Gli empi stessi, negatori di essa, la servono loro malgrado. Spesso ci lamentiamo di ciò ch’essa opera per il nostro bene, e contestiamo ciò che per noi è più vantaggioso.
Dio intreccia sopra i nostri capi un ordito meraviglioso. Alzando gli occhi, voi non scorgete che il rovescio della trama, e non ne cogliete che la confusa composizione dei fili. Ma quando vi sarà dato di ammirare il lavoro da una visuale superiore, voi lo vedrete effettivamente com’è, e sarete estasiati davanti a ciò che, oggi, osate censurare. (Padre, eccomi p. 81).

 


 

150° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI SAN MICHELE

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14 MAGGIO 1863

“Vorrei chiamarlo santo; ma la Chiesa non me lo permette; solo il sommo Pontefice ha la facoltà di dichiarare che un uomo è santo; io non posso nemmeno chiamarlo venerabile; tuttavia lo ritengo un santo, e questo mi crea un certo imbarazzo; allora lo chiamerò il degno, l’eccellente, il venerabile sacerdote, l’amato superiore di Bétharram”. Ci troviamo nella cappella di Bétharram, sabato 16 maggio 1863. Il vescovo di Bayonne, che non fu - è il meno che si possa dire - un appassionato difensore della fondazione della congregazione, pronuncia un’omelia ... profetica.
Anche le Figlie della Croce, nel loro necrologio, celebrano all’unisono le virtù del loro confessore: “Un sacerdote veramente secondo il cuore di Dio, dall’equilibrio raffinato, dall’insegnamento sicuro, di una semplicità ammirevole, di una generosità senza limiti ... È morto pianto e benedetto da tutti, lasciandosi dietro la reputazione e le opere di un santo”.
Ma nessuno meglio di un compagno di cammino può parlare di colui che, in un giorno glorioso, è appena salito al Cielo.

Padre Michele Garicoits, superiore dei Preti ausiliari del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram, è morto il giorno dell’ascensione alle 3 del mattino. Il giorno prima era andato a visitare monsignor vescovo, che si trovava non lontano da Bétharram. La sera aveva passato la ricreazione con i preti, che incantava con quella cordiale serenità che gli era abituale; e il mattino dell’Ascensione, colpito verso le 2 da un soffocamento terribile, munito degli ultimi sacramenti, dopo aver recitato gli atti di fede, di speranza e di carità, ha esclamato: “Dio, abbi pietà di me!” e si è addormentato nel Signore, all’età di 66 anni.
Il nostro superiore era un uomo davvero di grande penitenza; mangiava poco, dormiva 5 ore, lavorava quasi senza sosta, non si concedeva, per così dire, ricreazione, e si mostrava di una bontà, una carità, una gentilezza inalterabili, benché interrotto e sollecitato da una moltitudine di incombenze, anche di poco conto. Gli impegni gli facevano dimenticare il cibo e il sonno. Alzata alle 3, studio alle 4, teneva una lezione di filosofia alle 6,30, una di teologia alle 11, talvolta restava nel confessionale fino alle 4 del pomeriggio senza aver toccato cibo tutto il giorno, poi tornava ai libri, teneva un incontro ai preti e dedicava il resto della giornata allo studio e agli altri impegni che lo attendevano in quanto superiore della comunità.
Sembrava infaticabile, indifferente a tutto; una dedizione totale e costante che ricavava soprattutto dal rispetto e dall’amore che aveva dedicato alla volontà del Signore. “Fiat voluntas tua!”, ecco il grido instancabile del suo cuore. Il rispetto per questa volontà divina, ecco quello che ha sempre predicato e cercato di inculcare; l’oblio, il disprezzo di questa volontà adorabile, ecco quello che ha combattuto sempre e a oltranza; ricercarla con una delicatezza verginale, e realizzarla in modo energico, come amava dire, ecco la meta a cui tendere sempre. In poche parole, è la storia della sua vita.
Padre Garicoits ha cominciato con un prete solo, don Guimon, l’opera dei Preti ausiliari. L’opera si è sviluppata lentamente, con difficoltà in mezzo a prove di ogni genere. Oggi essa conta 50 sacerdoti, 50 studenti, 30 fratelli coadiutori...
Fornisce missionari per il Béarn; ha tre residenze in diocesi, tre collegi per l’istruzione della gioventù. Ha inviato una piccola colonia in America per fondare due case, una a Montevideo, l’altra a Buenos Aires e in più, in quest’ultima città, un collegio che grazie a Dio ha buon successo.
Il nostro superiore ha lavorato alacremente anche all’affermarsi delle Figlie della Croce. Pieno di ammirazione per le virtù eroiche di queste brave religiose, che erano molto provate agli inizi della loro fondazione: avevano come dormitorio un hangar che lasciava passare la neve sui loro letti, etc. etc. P. Garicoïts sosteneva il loro coraggio e il loro zelo ... A volte, alle 11 del mattino, queste sante fondatrici, a digiuno, attendevano l’arrivo del sacerdote che veniva a celebrare la messa e a dar loro il pane dei forti. (...)
Quanto alla direzione delle anime e all’opera delle vocazioni, Padre Garicoïts era dotato di un alto grado di discernimento degli spiriti.  Con questo dono raro, con il suo zelo sempre ardente, e anche con l’aiuto delle regole e dei metodi straordinari di Sant’ Ignazio, che sapeva gestire in modo insigne e sorprendente, ha salvato - ne siamo certi - tantissime anime ...
Con lo sguardo penetrante, come di un’aquila, attraverso tutti gli avvenimenti, tutte le contraddizioni di una vita movimentata, sapeva discernere, come per ispirazione, il tocco dello Spirito Santo, le illusioni del demonio  e la sua coda sinuosa: “Sei un vagone deragliato;  ecco cos’è la tua vita: di’ Ecce Venio, incamminati su questa strada, e una volta ben orientato, prendi il volo”.
Quelli che l’hanno seguito sono stati felici, e l’hanno proclamato loro guida e strumento provvidenziale per la loro salvezza. Dopo averli aiutati a conoscere la loro vocazione, li sosteneva nella lotta e in mezzo agli ostacoli sempre presenti sulla strada della vocazione; con grande energia, sempre accompagnata dalla prudenza, ha quasi sempre superato tutti gli ostacoli.
E questo cuore, così intrepido, sapeva essere anche buono e generoso; quest’anima di apostolo, che, per così dire, non conosceva ostacoli, sapeva essere delicata e amorevole ... Quando vedeva un’anima smarrirsi nei sentieri del male, il dolore che provava gli faceva perdere l’appetito e il sonno ... Parlando di Nostro Signore Gesù Cristo, del suo amore, della sua tenerezza nell’Eucaristia, la sua voce tremava e dagli occhi gli sgorgavano le lacrime. Si rivelava veramente il Padre di tutti e cercava solo di rendere servizio agli altri, anche pagando di persona.
Oh sì, era un santo! Mai l’abbiamo visto cercare se stesso, ma sempre l’abbiamo visto intento a cercare la volontà di Dio, e a compierla. Oh sì, era un santo dotato di tutte le virtù cristiane, sacerdotali e apostoliche, che bastava vedere per rispettare e amare la religione; era il modello dei preti, una copia mirabile di Nostro Signore Gesù Cristo.
E il Signore in persona ha voluto testimoniare la santità di don Garicoits chiamandolo a sé il giorno stesso dell’Ascensione, alle 3 del mattino, ora in cui quel coraggioso operaio cominciava la sua giornata e nel momento in cui monsignore il nostro vescovo amministrava la cresima nella nostra zona, cosa che avviene soltanto ogni 4 o 6 anni! E ha inviato il suo vescovo a pronunciare sui resti del più umile tra gli uomini l’elogio più bello, credo, il più nobile che un vescovo potesse pronunciare.
Tutti ripetono quelle parole, espressione di un convincimento che durava da molto tempo ...
Appena il corpo del defunto è stato esposto alla venerazione del pubblico, la gente è accorsa da ogni parte per appoggiare al corpo oggetti di ogni genere, libri e altri oggetti di pietà, fazzoletti, nastri, abiti... Diverse madri hanno anche presentato al venerato corpo i loro bambinelli di uno o due anni... E - cosa a mio avviso notevole - questi poveri piccoli hanno toccato il cadavere senza piangere, senza tentare di scappare né mostrare paura ... Come se quegli innocenti avessero riconosciuto che don Garicoits durante la vita era l’amico dei piccoli, che attirava con le sue carezze amorevoli e che correvano da lui come da un padre e da una madre.
Augusto Etchécopar, SCJ
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PREGHIERA PER IL 150°

Ti benedico, o Padre,
Signore del cielo e della terra ...
Hai guardato con benevolenza
Michele Garicoïts, nostro padre.
L’hai scelto e chiamato per affidargli
il carisma del Cuore mite, umile e obbediente
del tuo Figlio Prediletto.
In questo giubileo della sua nascita al cielo,
noi, religiosi e laici,
ti rendiamo grazie per il tesoro di santità
che da lui abbiamo ricevuto.
Fa’, o Padre, che seguiamo fedelmente la sua
testimonianza di vita,
per conoscere, amare, imitare
e servire il Cuore di Gesù.
Infondi in noi la stessa passione
per fare in tutto la tua volontà
e la stessa compassione
per servire tutti gli uomini
nel cuore del mondo dove tu ci invii.
Che la gioia della nostra consacrazione
illumini la nostra vita e le nostre comunità
e risvegli nei giovani
il desiderio di condividere la ricchezza del carisma
per vivere il Vangelo. AMEN.

 

SPIRITUALITÀ

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LE VIRTÙ DEL SACRO CUORE: L'OBBEDIENZA

Se è difficile e perfino inopportuno stabilire una gerarchia tra le virtù del Sacro Cuore, si può tuttavia dire che l’obbedienza è la più difficile da vivere ... con costanza e serenità. Obbedire? Io? Sì, ... sì, ma ...
“Spogliarsi di tutto, soprattutto di se stessi per abbandonarsi interamente alla legge d’amore”, è un’autentica sfida alla natura umana. Eppure, san Michele Garicoïts, affascinato dall’esempio perfetto del Figlio, obbediente fino alla morte e alla morte di Croce, ha fatto dell’obbedienza il pilastro stesso della Congregazione. Senza di essa - arriva a dire - la Congregazione stessa non avrebbe ragione d’essere.

La virtù dell’obbedienza attualizza l’amore del Figlio verso il Padre. È l’atteggiamento esterno che traduce la disposizione interiore di amore ! A volte, tendiamo a mettere in contrapposizione interno ed esterno; è vero che quello che appare non esprime sempre con chiarezza la vita interiore; da qui nasce l’ipocrisia che Gesù rimproverava spesso ai suoi contemporanei. L’ideale si esprime nella coerenza di vita, in modo che il nostro comportamento sia la manifestazione autentica della nostra disposizione interiore. Quando si tratta delle virtù del Cuore di Gesù, il nostro punto di riferimento è sicuro sia per la nostra vita interiore sia per i nostri atteggiamenti esterni: «Gesù Cristo, ecco il nostro modello, il nostro esempio, che non dobbiamo mai perdere di vista; la sua vita, le sue azioni, la sua condotta interna ed esterna … confrontarsi sempre con Lui: Il tuo cuore è come il suo? In questo momento come agirebbe?» (DS 341)
San Michele ha sofferto nel vedere i danni causati dalla disobbedienza e dall’insubordinazione nella chiesa stessa, all’indomani della Rivoluzione Francese. Ha voluto che la Società del Sacro Cuore di Gesù di Bétharram raccogliesse questa sfida ponendo l’accento sull’obbedienza. «È l’obbedienza che dà forma alla nostra Società e la rende Congregazione di Bétharram. Quello che deve caratterizzarci è lo spirito di obbedienza... Se manca l’obbedienza, manca la ragion d’essere ». L’obbedienza in questione è quella che riproduce l’obbedienza di Gesù. Il testo fondante sottolinea fortemente Gesù annientato e obbediente. Obbedienza e amore camminano insieme in Gesù, dal suo concepimento a Nazareth fino alla sua morte in croce; ha vissuto tutta la sua vita realizzando volontariamente e liberamente la volontà del Padre suo; si tratta di un’obbedienza filiale. Il Figlio di Dio si compiace nel compiere questa missione che gli è affidata. Agisce per amore e per mostrare l’amore agli uomini. L’obbedienza proposta dal Vangelo è un’obbedienza filiale, non servile, attuata in un’autentica libertà di figli di Dio; San Michele parla di “sottomissione amorosa”.
Oggi, se per i religiosi l’obbedienza è un voto professato che richiede il sacrificio della propria volontà per il servizio alla congregazione, cosa dire dei laici? Anche se il laico non è vincolato da una norma giuridica, gli è chiesto di fare la volontà di Dio; non può accontentarsi di buone intenzioni o di proclami: «Non basta dirmi “Signore, Signore” per entrare nel Regno dei cieli; bisogna fare la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50).
Per i laici, l’obbedienza può essere esercitata nell’ambito professionale come in quello  familiare. Per questo il lavoro non è considerato solo come un mezzo per guadagnare un salario (e questo è già molto importante per far vivere la famiglia), ma anche come partecipazione all’opera della creazione e quindi una collaborazione e una corresponsabilità con Dio Creatore. In questo cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano Secondo, ci è utile richiamare il senso che il cristiano è chiamato a dare al lavoro: «I cristiani, dunque, non si sognano nemmeno di contrapporre i prodotti dell’ingegno e del coraggio dell’uomo alla potenza di Dio, quasi che la creatura razionale sia rivale del Creatore; al contrario, sono persuasi piuttosto che le vittorie dell’umanità sono segno della grandezza di Dio e frutto del suo ineffabile disegno. Ma quanto più cresce la potenza degli uomini, tanto più si estende e si allarga la loro responsabilità, sia individuale che collettiva... Il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo o dall’incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più pressante» (GS 34). Il lavoro professionale è un campo dove fare la volontà di Dio.
La realizzazione della volontà di Dio trova un ambito privilegiato nella vita della coppia e della famiglia; la Chiesa insiste perché la coppia e la famiglia non siano soltanto luoghi di coabitazione ma di reale comunione di vita: «La famiglia è una scuola di arricchimento umano. Perché però possa attingere la pienezza della sua vita e della sua missione , è necessaria un’amorevole apertura vicendevole di animo tra i coniugi, e la consultazione reciproca e una continua collaborazione tra i genitori nell’educazione dei figli.» (GS 52). Collocarsi e impegnarsi in questa missione è l’obbedienza alla quale siete invitati. Usciamo quindi da una concezione troppo angusta di obbedienza che la ridurrebbe all’esecuzione di alcuni ordini ricevuti. Si tratta di compiere quella missione alla quale un giorno abbiamo detto il nostro SÌ entusiasta che esige una generosità nel quotidiano.



DOMANDE

1) «Fare la volontà di Dio», FVD, è un motto che figura nell’intestazione delle lettere ufficiali dei betharramiti. Cosa significa questo per noi, religiosi o laici?

2) Quali sono le qualità interiori, le disposizioni del cuore da vivere nelle nostre diverse posizioni (comunità o famiglia, lavoro o missione) per essere più fedeli alla spiritualità del nostro Fondatore?

3) «Non è per forza che si riceve quello che Dio ci manda, ma con rispetto e amore », questa è stata la lezione data da San Michele al fratello cuciniere, alcune ore prima di morire. Come vivere oggi questo abbandono alla volontà di Dio?

Laurent Bacho, SCJ

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Giancarlo Monzani, scj: Icona di san Michele (particolare)  

 


NARRATIO  FIDEI

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5 minuti con ...? No, lungo quest’anno giubilare, la serie di interviste alle comunità si interrompe per lasciare spazio a un’altra forma di testimonianza di vita, a cuore aperto.
La celebrazione dei 150 anni dalla morte del nostro santo Fondatore ci invita con forza a meditare sul suo percorso su questa terra, sulle vicissitudini della sua esistenza, i suoi slanci e le sue ferme convinzioni, su questo atto di fede che ha trasmesso grazie ai suoi scritti e alla sua opera a favore degli uomini e delle donne del suo tempo.
Per condurci in questa meditazione, abbiamo chiesto ad alcuni nostri fratelli di volerci gentilmente raccontare la loro esperienza di fede su temi cari a san Michele. Non è questo un modo per alimentare la comunione fraterna, “di elevarci e di portare gli altri alla perfezione” (RdV 95, DS 331)?
In questo 14 maggio, giorno anniversario della nascita al Cielo di Michele Garicoïts, sacerdote, Padre Gustavo Agín scj si è ritagliato un momento di silenzio, di riflessione e di preghiera, e si è aperto a noi partendo dalla Parola di Dio (Gv 21,22) e da un passo della Dottrina Spirituale. Disponiamoci ad ascoltarlo!

Brano della Parola di Dio

“Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi” (Gv 21,22)

Un testo di san Michele

L’amore, ecco ciò che conduce l’uomo; ecco la molla segreta che bisogna scoprire nei postulanti e nei novizi; ecco il germe divino da sviluppare nei cuori. Se manca, non c’è nulla da fare.
(…) L’amore deve sempre essere umile e discreto. Quello di Pietro va troppo lontano; l’apostolo si occupa di ciò che non gli compete. La croce deve essere la sorte di tutti gli amici del Salvatore; ma la natura, il grado della prova è sempre un segreto che il Signore si riserva. È tenuta lontana la curiosità indiscreta! “Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi!” [Gv 21,22]. San Giovanni è ammirevole: non dice niente, non chiede niente; né indiscrezione, né curiosità; è pronto a tutto, non desidera sapere niente e si abbandona tranquillamente ed amorevolmente alla guida dell’amato Maestro. Oh, se anche noi, come San Giovanni, fossimo pronti a camminare senza resistenze o mormorazioni; senza domandare con inquietudine: “Io parto, ma chi mi sostituirà?”; senza nessuna preoccupazione se non quella di rispondere pienamente all’appello di nostro Signore: “Tu seguimi, questo mi basta; che m’importa del resto?”. Che bella testimonianza offriremmo! a Dio e agli uomini; e questo esempio lascerebbe nei cuori una grande impronta.
(Pensées)

Riflessione personale

Prima di tutto desidero riconoscere che sono contento della vocazione ricevuta, non so se con la stessa intensità di Pietro dopo Tiberiade; però, contento. Ogni volta che sono stato chiamato a obbedire a un comando esplicito dei miei superiori, una nuova missione, per esempio, confesso che mi è costato accettarlo volentieri: senza indugio e senza calcoli. C’è sempre stato un tempo di discernimento …  Riflessioni, gioie, luci, ombre, lotte, etc. A volte senza molte alternative, ho compreso che era la Volontà di Dio e l’ho abbracciata… Il fatto di aver imparato dai confratelli maggiori a sentirmi libero per scegliere tra il bene e il meglio mi ha aiutato molto. Per questo vedo nei dubbi e timori di Pietro il religioso che sono stato e che sono. Ammiro Giovanni, ma non possiedo la sua finezza e la sua radicalità esemplari. Nel 1998, quando ho lasciato il Collegio San José (che stava per chiudere), mi sono chiesto: a cosa sono serviti questi tre anni di ministero…? Quando mi hanno proposto di prepararmi per essere formatore , ho detto al mio superiore: lo farò per 10 anni? Quando ero Maestro dei Novizi della Regione, ho detto: mi hanno regionalizzato, non ho più un’appartenenza …! Quando ho assunto la carica di Regionale mi hanno detto: La Regione è sulle tue spalle! … Cosa dici? Attimi di sconcerto, una notte insonne e poi: ho accettato. Ogni tanto vengo un po’ meno alla risposta data … Come vedete: sono “un altro pietro”, sempre timoroso sulla barca. Gesù ride di me, e mi dice: uomo di poca fede!

Cosa mi suggeriscono questi passi?
Mi sono soffermato sull’indiscrezione di Pietro circa il “futuro” di Giovanni. Penso che molti Betharramiti di oggi (io, prima di tutti), siamo come Pietro. Giovanni, che considero come un credente esemplare, è per me come “la Famiglia di Bétharram”, quale la sognò san Michele. Mi rendo conto quanto è presente questo atteggiamento di Pietro, certamente biasimevole, tuttavia molto umano. Preoccuparci per quello che siamo stati, quello che siamo, quello che saremo … ci angustiamo, ci mettiamo in discussione e mettiamo in discussione.  Guardiamo l’altro, per confrontarci. Uno spirito che non ci dà pace lungo gli anni … Per fortuna, altri santi confratelli della nostra piccola famiglia non si pongono questi problemi … Sono i “piccoli giovanni” di sempre, quelli che hanno l’abitudine di reclinare il capo sul petto del Signore, e aiutare con la loro testimonianza.
Personalmente, la risposta di Gesù mi dice molto: Se voglio che egli rimanga … Tu seguimi! E dentro di me immagino che possa continuare a dire: «Seguimi! Perché io entro nella storia umana nel momento opportuno. Sono venuto a salvare e continuerò a portare questa salvezza. Non devi temere, semplicemente vivi come me e offri a me la tua vita»
Io pensavo: Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno fatto lunghi solchi. Il Signore è giusto: ha spezzato le funi dei malvagi (Sal 128).
Il Signore che libera i popoli e i cuori mi dice: «Rivolterò la terra e ti darò la semente perché semini con dolcezza e in profondità, e ci sia vita in abbondanza». «Sei il mio eletto, il mio strumento. Tu devi soltanto realizzare la misericordia di Gesù, il Volto umano dell’Amore divino».
A misura che la maturità va crescendo credo ogni giorno di più in questo Dio incarnato, che cammina con il Popolo nella Storia. Se camminiamo con lui: Chi sarà contro di noi?

Come cerco di vivere le esigenze presenti in questa parola?
È noto che, nella sequela di Gesù, non sempre otteniamo quello che ci prefissiamo. Mio intento è mantenere sempre un cuore di discepolo. Imparare dalle persone, dagli incarichi, dalle responsabilità, dagli errori, dalle cose giuste, etc. E imparare ad apprendere. Perché non sempre facciamo quello che dobbiamo e possiamo di fronte alla vita stessa. Mi ha molto edificato, come Regionale, la disponibilità betharramita di alcuni fratelli:  quelli cui ho chiesto un cambio di comunità, o di accettare una responsabilità come superiore, o semplicemente di lasciarsi aiutare o di riconciliarsi con l’altro. Con quanta disponibilità alcuni hanno risposto a questo: “seguimi”. Come sono piccoli i miei “sì” di fronte al “sì” di un ottuagenario che accetta un cambio, o di un fratello infermo che continua a lavorare fino alla morte, o di un giovane religioso pieno di entusiasmo evangelico che mi dice con il sorriso “Eccomi”, pronto a fare quello di cui la missione di Betharram ha bisogno, e realizza la sua parola.
Quanto ho imparato! Chiedo al Signore che possa continuare a riconoscere il suo Volto in quello dei fratelli che mi ha affidato. Nelle pecore docili, che riconoscono nel mandriano la voce del loro Pastore, e mettono in pratica quello che proclamano.
Ho imparato anche ad avere pazienza con le pecore ribelli e inquiete, che non si lasciano pascolare dallo Spirito Santo, né dai suoi indegni rappresentanti. Ci aiutano a ricordare, a ogni istante, chi è il Padrone del Gregge e della Messe. Il Buon Pastore e il Re, e sono – proprio perché ribelli – ancora più amate!
Imparo giorno per giorno da quei laici che con atteggiamento giovanneo, comprendono la fragilità dei nostri religiosi e assumono la corresponsabilità nell’evangelizzazione nelle opere betharramite, con spirito di disponibilità e appartenenza che suscitano domande in più di un religioso  …
Infine, il mio ascoltare come discepolo indugia davanti alla Parabola vivente di alcuni confratelli anziani che sono incamminati verso il Betharram del cielo in modo esemplare. Abbandonati, come il Buon Ladrone, nelle braccia spalancate di Gesù crocifisso.

Verso dove mi invita a guardare?

Il cammino è lungo: “mangia e bevi”, dice il Signore a Elia. Sono convinto che questo deserto di Betharram del XXI secolo conduce a poco a poco verso un Horeb. Lo sento dentro di me, perché il Cuore di Gesù, nel quale ho fiducia, guida verso l’incontro trasfigurato con il Dio Vivente. Guardo verso l’orizzonte. Il mio cambiamento è sollecitato lungo il cammino, quasi impercettibilmente, mentre ascolto la Parola che mi accompagna, quella che fa “ardere il cuore”.  Mio desiderio è che questo Amore per Gesù, annientato e obbediente, che un giorno mi ha sedotto, seduca molti altri per continuare a costruire la Chiesa. Guardo tutti quelli che oggi sono parte della nostra famiglia e dico loro quello che un mese fa mi ha detto Mons Poli, l’Arcivescovo di Buenos Aires, recentemente nominato, quando l’ho salutato alla fine della Messa di inizio del suo ministero nell’Arcidiocesi: «Monsignore – gli ho detto – le trasmetto l’abbraccio dei padri betharramiti (qui li chiamano ”bayonenses”): Si è rallegrato e abbracciandomi mi ha detto: Continuate ad essere vivi! … Grazie! Mi rallegro molto, coraggio!»

Continuiamo a essere vivi!
Se la Vita mi dà gioia, già da ora mi propongo: avere più vita e più gioia per condividerla con tutti, specialmente con i più poveri, quelli che sono soli e bisognosi dell’Amore di Dio. Quindi diventerò (diventeremo) più simili a Giovanni e non a Pietro.
“Se voglio che lui rimanga vivo finché io venga … A te che importa?”
Betharram è vivo! Vive per amare e condividere la stessa gioia che ha conquistato il nostro cuore.

 

Quale preghiera mi suggerisce questa riflessione? …

Dio d’Amore, ci hai chiamato a seguirti da vicino in questa piccola famiglia di Bétharram.
Ci hai dato tuo Figlio Gesù come modello, strumento e stimolo per arrivare umili davanti a te, con il cuore dilatato di amore verso tutte le “vittime della mancanza di amore” in questo mondo.
Insegnaci a servirti come discepoli trasformati in missionari, mossi dal Fuoco irresistibile della Pasqua del tuo Figlio crocifisso e risorto.
Fa’, o Padre, che edifichiamo un mondo più umano e sensibile al suo annientamento che ci nobilita e ci santifica.
Che l’obbedienza per amore che noi proclamiamo, la viviamo nella verità sull’esempio di Maria, San Michele e Padre Etchécopar.
Che con loro facciamo di tutta la nostra vita un gioioso Magnificat che risuoni per tutta la terra.
Amen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figlio spirituale dei “Baionesi”, Padre Gustavo Eduardo Agín è un Argentino DOC. La sua vocazione è nata sui banchi di scuola: infatti conosce e si lega alla congregazione fin dai suoi primi anni di scuola trascorsi a Barracas, dove riconosce la forza della testimonianza di alcuni Betharramiti, in particolare di P. Ceferino Arce.
Fin dalla prima professione, il 24 febbraio 1990, procede dolcemente e in punta di piedi sul suo cammino, assumendo incarichi importanti che gli vengono ben presto assegnati: assistente dell’amministrazione provinciale del Rio della Plata, superiore di comunità di formazione di Martin Coronado, superiore regionale della Regione P. Augusto Etchécopar...
Grazie alle sue qualità di ascolto e di discernimento, P. Gustavo è coinvolto con naturalezza nell’accompagnamento dei novizi della Regione Etchécopar e dei giovani che si preparano alla professione perpetua in occasione delle sessioni internazionali. Attenzione, però: non immaginatelo come un esploratore che apre la strada ai suoi giovani, ma come uno che cammina al loro fianco e li aiuta a seguire passo dopo passo le impronte di Gesù.
Per la prima Narratio Fidei, in questo 14 maggio 2013, lo ringraziamo di aver accettato di condividere la sua esperienza con schiettezza, cordialità e spirito fraterno.


 

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5. LE COSTITUZIONI DEGLI ANNI 1869 E 1870

 

1869 La situazione non poteva restare così com’era. Padre Etchécopar, portando il risultato negativo a Mons. Lacroix, seppe proporgli e fargli accettare una nuova soluzione per uscire dall’impasse: il Vescovo avrebbe lasciato alla Congregazione la facoltà di crearsi la sua regola purché la sottoponesse al Vescovo per l’approvazione prima di presentarla a Roma.
Approfittando della buona disponibilità del prelato, ci si affrettò a redigere - con un po’ di precipitazione, è vero - una Costituzione che sembrava andar bene alla Comunità. Per paura di un rifiuto da parte del Vescovo, si restò legati il più possibile agli statuti rifiutati precedentemente perché insufficienti.
Si restò anche troppo legati. Infatti, se il Vescovo approvò senza modifiche il testo che gli era stato presentato, accettando anzi di portarlo lui stesso a Roma in occasione del suo viaggio per partecipare al Concilio che stava per avere inizio, la Santa Sede si dimostrò più esigente e richiese le due condizioni seguenti per dare l’approvazione: che l’Istituto «abbia una sua vita propria sotto l’autorità di un superiore nominato dall’Istituto stesso e scelto al suo interno; che i membri, facendo voto di povertà, non conservino che la nuda proprietà dei loro beni e che rinuncino all’amministrazione, all’uso e all’usufrutto di tali beni ».
Questa decisione fu trasmessa a Bétharram dal Segretario generale del vescovado, M. Inchauspé. Bisognava dunque rimettersi al lavoro. Così avvenne.

1870 Fu convocato il Capitolo Generale che si riunì il 17 agosto 1870 per elaborare un nuovo Codice; compito che si rivelò subito molto laborioso, come risulta dagli atti di questa assemblea. I religiosi della prima ora, profondamente segnati dal Fondatore, volevano regole del tutto conformi al suo pensiero. Quelli che erano venuti in seguito e non avevano conosciuto le origini, chiedevano più libertà e avevano paura soprattutto delle esigenze legate al voto di povertà. Alcuni proponevano di adottare semplicemente gli statuti dei Cappellani di Bétharram di un tempo, altri di adottare la Regola dei Lazzaristi. Ci furono discussioni serrate. Alla fine intervenne lo Spirito Santo, come avviene nei Concili, e si mise a punto un testo che, pur ricordando solo da lontano le formule di san Michele, ne riflettevano abbastanza bene il pensiero. Soprattutto c’era un capitolo pregevole circa lo spirito dell’Istituto.
Questa Costituzione fu subito portata a Bayonne, ma Mons Lacroix non ebbe fretta di apporvi la sua firma. Si pentiva forse della sua condiscendenza accordata l’anno precedente? Fatto sta che tenne la Regola nel cassetto per un anno intero, e che solo dopo forti pressioni concesse la sua approvazione (18 ottobre 1871), e per di più con la clausola che tale testo non sarebbe stato presentato a Roma.
L’Istituto visse quattro anni con questa regola, la quale permise, nel 1872, di procedere a regolari elezioni, che confermarono P. Chirou come superiore, e P. Etchecopar come vice superiore e visitatore generale.
È noto l’intervento miracoloso di Sr Maria di Gesù Crocifisso che indusse Mons Lacroix a decidersi a inviare queste regole a Roma, nel mese di maggio del 1875. Fu in quell’occasione che il Vescovo scrisse, o almeno firmò, il testo seguente:
«Santità, ho la fortuna di disporre nella mia diocesi di una congregazione di preti regolari, stabilita con il nome di Preti del Sacro Cuore di Gesù, che seguono una regola comune sotto la guida di un superiore generale. Fondata nel 1832 da un prete animato dallo Spirito di Dio, all’ombra dell’antico e venerato santuario di Notre-Dame di Bétharram, si è sviluppata e diffusa con una rapidità sorprendente».
Seguiva poi un apprezzamento molto lusinghiero nei confronti dei religiosi, e il prelato concludeva, non senza merito, con queste righe:
«Ritengo che questa pia associazione meriti di essere incoraggiata, e unisco la mia supplica a quella dei pii sacerdoti che la compongono perché la Santità Vostra si degni di accordare l’approvazione apostolica alle loro costituzioni».
Con questo documento e il viaggio a Roma di Padre Estrate e del canonico Bordachar, Betharram muoveva il passo decisivo che portava a compimento uno dei desideri più cari a Padre Garicoïts.

Pierre Duvignau, SCJ

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