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Graziano Vietnam 1
Tu sei qui:Home / NEF / NEF 2016 / Notizie in Famiglia - 14 Febbraio 2016 / La Regola vissuta
17/02/2016

La Regola vissuta

L’Eccomi betharramita in Marocco

La Regola vissuta

Nel 1999, P. Vincent Landel scj diventa vescovo ausiliare di Rabat, prima di assumere pienamente l’incarico nel 2001. Paradossalmente questa disponibilità totale implicava una rottura che lo portava a lasciare la sua famiglia religiosa o quanto meno ad allontanarsene per qualche tempo. Ma buon sangue non mente, e il nostro vescovo scj continua a bere alla nostra sorgente comune e a incarnare il carisma di Bétharram in una paese musulmano.

Articolo 9.  Per preciso volere del nostro Fondatore, la Congregazione è un Istituto Religioso di vita apostolica. La sua missione è quella di prolungare il gesto del Cuore di Cristo, Verbo Incarnato, nell’atto in cui si offre al Padre per compiere la sua volontà di salvezza: rivelare agli uomini del nostro tempo la tenerezza e la misericordia, il volto amorevole di Dio-Padre.
Lo spirito della nostra vocazione è «come lo spirito di Nostro Signore, uno spirito di dolcezza, di umiltà, di dedizione, per attirare i peccatori, dolcemente, alla penitenza e alla sua imitazione».

Benché vescovo, mi è impossibile tagliare tutto questo passato che mi ha permesso di essere quello che sono oggi. Il messaggio di San Michele mi ha fatto vivere e continua a farmi vivere nella dinamica del Beato Charles de Foucault. Il Verbo Incarnato ha dato un senso così pieno alla loro esistenza! Questo vale anche per me. Riprodurre lo slancio del Verbo Incarnato, è il motore che dà tutto il suo significato alla mia vita oggi. Mi permetterò di affermare che proprio questo è avvenuto al momento della chiamata di Giovanni Paolo II all’inizio di dicembre 1999. Chiusa la comunicazione telefonica, alla fine di un trimestre difficile al Collegio di Bétharram, tutto acquistava una nuova dimensione; non potevo certo immaginare quale sarebbe stata la mia missione come vescovo; ma il SÌ, pronunciato nella mia anima e nella mia coscienza, ha prodotto in me come una nuova nascita. Ne ho avuto la conferma quando, una volta tolto il segreto, ho visto la gioia sui volti di tutti quelli che mi erano vicini; e subito è subentrata in me una grande pace. Il mio SÌ non era stato una fuga davanti alle difficoltà, ma una risposta a una chiamata risuonata nel profondo. Questo atto di obbedienza alla Chiesa mi apriva un nuovo cammino, mi infondeva una grande libertà, perché sentivo che mi incamminavo sul vero sentiero della Volontà di Dio. Al seguito di San Michele, dovevo allora rispondere senza indugio, senza calcoli, senza rimpianti, per amore, senza sapere troppo a cosa andavo incontro. Dopo questo SÌ, pronunciato con la forza del Signore, mi è venuta l’idea di rileggere la mia storia umana, la mia storia a Bétharram… e ho capito quanto tutto quello che avevo vissuto fino a quel momento, mi aveva condotto a dare questa risposta e a intraprendere questo nuovo cammino. Di questo ringrazio il Signore. È in quel momento che mi è venuta l’idea di adottare come motto «Ascolta». Quante cose ho scoperto vivendo di questo ascolto, per amore!

E oggi vorrei dire che, quando Francesco non era ancora Papa, le parole “periferie”, “ospedale da campo”, “uscire”, “tenerezza”, “misericordia”, “pregate per me”... risuonavano con insistenza nella mia vita. In questo modo ho scoperto cosa vuol dire avere un cuore “aperto alla vita”. La Chiesa del Marocco era molto cambiata rispetto a quando ero bambino. Era diminuita molto di numero (meno di 30.000, tutti stranieri), ma molto più multiculturale (più di cento diverse nazionalità),molto più giovane (età media 30 anni). Per me si trattava allora di andare verso queste persone per conoscerle, vivere la prossimità, e diventare per loro “padre e madre” nello stesso tempo. Non immaginavo certo la ricchezza di questa popolazione cristiana, con tutte le sue difficoltà. Il mio luogo di ritrovo comunitario era diventato la mia automobile… dovevo uscire per andare incontro. È vero, c’erano sicuramente distanze chilometriche, ma soprattutto distanze culturali. Non si trattava di appianare tutte queste difficoltà, ma di rendere possibile la comunione di tutti questi cristiani “attorno a Gesù Cristo e al Marocco”. Non è forse questa l’Incarnazione? Cerco di diventare un Padre servitore… un Padre che ascolta… un Padre vicino… un Padre che accoglie… un Padre comunione. È lì che si manifesta la tenerezza del Padre e della sua Misericordia. Aiutare tutto un popolo giovane a scoprire questo Padre che ama e che aiuta a spezzare tutte le catene umane, e anche religiose, che ci siamo create e con le quali rischiamo di imprigionarci, affinché arrivi a scoprire la vera libertà, che scaturisce dal cuore di Dio, la vera respirazione, il vero amore. Solo allora potremo testimoniare veramente la nostra fede cristiana al cuore di questo mondo musulmano. Anno dopo anno, ho scoperto quanto questo incontro con l’Islam sia arricchente, e ci aiuti ad approfondire la nostra fede cristiana. Ma per arrivare a questo, seguendo Padre de Foucault, dobbiamo accettare che i musulmani siano una ricchezza per noi… l’accettazione della differenza ci fa crescere in umanità e nella fede.

È una sfida da raccogliere ogni giorno: “Dio ha tanto amato il mondo…” Anche i non-cristiani, non è forse questo lo «spettacolo prodigioso»? Siamo chiamati a ripeterci costantemente che seguiamo Gesù Cristo, in quanto suoi testimoni al cuore del mondo dell’Islam. È veramente la missione di «uscire» che riceviamo dal nostro Papa Francesco. Ci sono tante persone meravigliose in questo popolo! Il Natale scorso, il ministro degli affari islamici mi inviava i suoi auguri personali scrivendo: «Caro fratello nella fede» ! Vivendo questo ministero, riscrivo la «mia regola di vita» a partire dai messaggi quotidiani che ci offre Papa Francesco… «Il vescovo è anzitutto un uomo di preghiera» prima di essere un uomo dei piani pastorali! … e quante volte ci invita a intraprendere il cammino della mitezza, dell’umiltà, della dedizione … San Michele vi si sarebbe riconosciuto. Inoltre ci richiama alla povertà, che non è soltanto povertà materiale, ma l’accettazione di tutte quelle realtà socio-politiche che non corrispondono sempre à quello che io vorrei vivere. Vivere in un contesto umano, politico e religioso sul quale non posso esercitare nessuna influenza, e dal quale mi devo lasciare accogliere senza rinunciare ad essere quello che sono. Vivere in un contesto che non è laico e nel quale la nozione di libertà è diversa dalla mia… e dove sono chiamato a mantenere la riservatezza perché sono “straniero nel paese dei miei ospiti”. Al seguito di San Michele, ecco come cerco di vivere l’immensità della carità nei limiti della mia posizione.

+Vincent LANDEL s.c.j.

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