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22/09/2008

Notizie in famiglia - Settembre 2008

Festa de la croce Gloriosa

Indice

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Capelle della parrocchia betharramita di Ciudad del Este - Paraguay (10/09/2008)


La parola del superior general

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La Chiesa si prepara a celebrare nel mese d’ottobre il Synodesu “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”. Come ogni Sinodo, anche questo è un momento di grazia per mobilitare tutta la Chiesa sul tema corrispondente. La nostra Congregazione non può perdere l'occasione per riflettere, discernere e cambiare quanto occorre per dar valore alla Parola di Dio nella nostra vita di Consacrati.

Leggendo il Manifesto ed altri scritti del nostro Padre San Michele ci rendiamo conto di quanto fosse importante la Parola di Dio per lui. Le citazioni bibliche sono abbondanti, ma le sue elaborazioni personali a partire dalla Scrittura rivelano che la conosceva bene. Come San Michele, anche noi abbiamo fatto l’esperienza dell’incontro con Gesù dalla quale Benedetto XVI dice che comincia la vita di fede (Dio Caritas Est n°1), per il contatto e l'impatto che qualche passo della Sacra Scrittura ha prodotto nel nostro cuore. La Parola di Dio è luce sul mio cammino, o come dice Cencini, le letture bibliche del giorno sono come il pezzo di pane che il Maestro mette nel nostro zaino per affrontare l’itinerario d’ogni giorno. Nel nostro cammino ci appoggiamo alla parola di Dio per ottenere forza per marciare come veri discepoli sia sotto il sole come nel freddo, sia nella stanchezza come nella scioltezza.

1. Celebriamo la Parola. Ogni giorno celebriamo in comunità la Parola di Dio come un dono che il Padre buono dà per rinforzarci nella fede e confermarci nella salvezza. Il Padre amato effonde la sua Parola per noi nell'Eucaristia, nell’ufficio delle Letture e nel resto della liturgia delle ore.

2. Interiorizziamo la Parola.
Questo è un momento fondamentale della giornata per poter interiorizzare la Parola e poter dare frutto in noi come la rugiada del mattino (Is. 55, 10-11). La Scrittura sarà una Parola viva solo se ci sono persone che l'incarnano nella loro vita. Lo dice l'apostolo San Giacomo nella sua lettera: “ Perciò, deposta ogni impurità e ogni resto di malizia, accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi. Perché se uno ascolta soltanto e non mette in pratica la parola, somiglia a un uomo che osserva il proprio volto in uno specchio: appena s'è osservato, se ne va, e subito dimentica com'era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla” (Giacomo, 1, 21-25). Questo processo d’interiorizzazione ed incarnazione è lungo ed arduo, ha bisogno di sforzo, metodo e tempo. Questo lo facciamo nella meditazione per mezzo della lectio divina o di altri metodi come quelli che propone S. Ignazio. Mi piacciono i passi che presenta il Cardinale Martini in alcuni dei suoi libri: Lectio, Meditatio, Oratio, Contemplatio, Discretio, Operatio.

3. Testimoniamo la Parola. La testimonianza, non è necessario programmarla, è spontanea, se la Parola di Dio è stata compresa, assimilata, ha raggiunto il cuore, influenza le nostre decisioni e si manifesta nella condotta: criteri, valori, motivi ed azioni. È la nostra vita caratterizzata dalle virtù cristiane che normalmente stonano nell'ambiente sociale e danno luogo alla domanda irresistibile come diceva Paolo VI: “Perché sono così? Perché vivono in tal modo?” (E.N. 21)

4. Annunciamo la Parola. Quando rispondiamo alla domanda irresistibile e diamo ragione della nostra speranza con mansuetudine e rispetto, (1Pe. 3,15-16). La ragione del nostro stile di vita è Gesù, la Parola fatta Carne (E.N.22). Dando la ragione, annunciamo Gesù, il suo Vangelo alle persone che hanno rapporti con noi in tutte le situazioni della nostra vita: comunità, pastorale, famiglia, lavoro, amicizie, impegno politico, eccetera.

5. Predichiamo la Parola. La maggioranza di noi ogni domenica ed in altre occasioni deve esercitare il ministero della Parola proprio dell'ordine sacerdotale. Quel ministero consiste nel mettere in relazione la parola proclamata con la vita della comunità e con il sacramento che si celebra. La comunità che ci ascolta è molto saggia e molto critica e sa distinguere quando parliamo secondo la moda o per nostra esperienza di Cristo a partire dalla Parola, perché si rivela che facciamo tutto quell’itinerario di vita con la Parola.

6. Condividiamo la Parola. In tutta la tradizione della vita consacrata è stato molto importante quello che si chiama la Collatio. È il momento in cui la comunità religiosa si riunisce affinché ogni fratello in tutta libertà possa condividere con gli altri l'esperienza che continua a fare con la Parola, nell'attività della Lectio divina o quello di cui ognuno è stato testimone dell'azione di Dio nelle persone incontrate nella missione. Questa attestazione fatta con semplicità, discrezione e rispetto aiuta i fratelli a crescere nella fede e dà vero vigore alla comunità.

Gaspar Fernandez,SCJ


nef-etchecopar.jpgEl Padre Etchécopar scrive... a P. Magendie, 4 settembre 1894

Questo mese èquello dei pellegrinaggi a Lourdes e a Bétharram… Ce ne sono stati moltissimi a Lourdes, come pure ci sono stati molti miracoli spettacolari: occorreva questa prova contro le ignominie dell'uomo animale (…) che ha tentato di fare salire una schiuma fetida fino al piede Verginale dell'Immacolata ! (…) Padre Garicoïts aveva detto: “Lourdes manderà tanta gente a Betharram”. Questa parola si è realizzata in pieno: poiché si viene dal Santuario al Calvario e alla tomba venerata.

Il pellegrinaggio nazionale è stata l’occasione per portare in un sol giorno tre treni di pellegrini verso la devota cappella e sulla santa collina.

 

Bisogno di parola di profondità di preghiera

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Una laica, ex presidente nazionale dell’Azione cattolica, ha predicato il ritiro annuale della Provincia Italiana alla fine di agosto. Stralci della conferenza introduttiva di Paola Bignardi.

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù egli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro:“Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po”. (Mc. 6,30-32)

Questo bellissimo episodio è proprio l’incontro dei discepoli con il Signore dopo che hanno sperimentato la missione. Penso che sia importante leggere anche negli “spazi bianchi”. Tra il riunirsi attorno a Gesù e ciò che dice Gesù possiamo immaginare che ci siano in mezzo i racconti della missione. Sono spazi che nelle nostre comunità mancano, noi non abbiamo “luoghi” in cui raccontare la missione, la missione diventa una iniziativa o un atto solitario. Invece gli apostoli si riuniscono attorno a Gesù, possiamo immaginare che si raccontino cosa e come hanno fatto, chi è andato, che hanno incontrato, o i successi, gli insuccessi, le fatiche, soprattutto le fatiche perché la risposta di Gesù non è carica di lode, ma Egli dice: “Riposatevi”. Il Signore si prende cura della loro sapienza, della loro attività, della loro condizione dopo questa missione. (…)

Le nostre giornate spesso assomigliano ad “un vortice”, sono piene di impegni, di incontri, di responsabilità, di lavoro, di famiglia e anche quando non sono oggettivamente delle giornate così piene, siamo però “contagiati” da un clima frenetico e quindi siamo indotti a vivere di “corsa” anche quando potremmo farne a meno. Non so se succede anche a voi ma nelle giornate in cui io sono qui tranquilla magari riesco anche ad inventarmi qualcosa da fare... E non è che nelle giornate di “corsa” noi trascuriamo di pregare o di dedicare il tempo che abbiamo scelto alla Parola di Dio, però sappiamo che la preghiera dentro il ritmo vorticoso di attività, rischia anch’essa di prendere il ritmo della nostra vita di corsa, una preghiere fedele ma non sufficientemente profonda. E anch’essa rischia di essere inserita “di corsa”.

Allora, ogni tanto, abbiamo bisogno di recuperare quella calma che ci dà la possibilità di andar più in profondità nella nostra vita (…) Noi abbiamo bisogno di solitudine; forse ne abbiamo un po’ paura, perché nella solitudine ci si trova di fronte a se stessi, ci si trova di fronte agli aspetti più belli, più interessanti ma anche a quelli più critici, incontriamo anche quelle cose che non ci piacciono, anche di noi, che diventano più chiare quando non c’è la confusione delle “cose da fare”. (...) Abbiamo bisogno della solitudine della coscienza davanti al Padre come faceva Gesù che si ritirava in solitudine ed in dialogo con Lui perché questa è la condizione per ascoltare, per parlare, per vedere la nostra vita davanti a Lui, per trovare davanti a Lui anche i desideri più importanti della nostra vita e poi abbiamo bisogno di solitudine per far scaturire una preghiera sincera. (…)

Preghiera per favorire alcune delle attese, preghiera per guardare in faccia le nostre paure quelle che ci inducono a vivere un cristianesimo spesso “difensivo”, senza slancio, senza coraggio, senza gioia. Può essere il nostro, può essere quello delle nostre comunità, della Chiesa. Certo, nella preghiera possiamo guardare in faccia quelle paure che ci fanno dei cristiani più impegnati a difendere il valore della loro fede che a mostrarne la bellezza, che mostrarne “la convenienza”. E poi siamo qui a pregare per invocare lo Spirito perché ci faccia capire che questo momento che tutti avvertiamo come passaggio cruciale per il mondo, per la Chiesa, abbiamo bisogno di capire dove il Signore sta conducendo il mondo e soprattutto dove sono i segni della sua presenza. Perché ci sono i segni della sua presenza anche in questo mondo, però, nel turbine della vita di ogni giorno pervasa dai pregiudizi, dall’incredulità, è difficile percepire la presenza di Dio anche nel mondo e allora ci lasciamo andare a quelle letture pessimistiche che vedono il mondo andare verso la catastrofe e non riusciamo a vedere quali sono le luci. Magari non sono delle luci sfolgoranti, che noi non vediamo perché stiamo guardando da un’altra parte. (…)

Bisogna ritrovare a poco a poco il senso dell’amore che ci avvolge (...), contemplare Gesù come volto dell’amore del Padre e dunque leggere il mistero del Signore secondo questa chiave dell’amore, non di quell’amore che noi vorremmo mettere nel nostro rapporto con Lui, ma quello che riceviamo, quello che ci fa vivere. Il nostro è un tempo che ha bisogno d’amore.

Paola Bignardi


Sessione in vista dei voti perpetui 2008

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Dal 1° giugno al 31 luglio, l’incontro ha raggruppato 15 giovani professi: 3 dalla Reg. Beata Miriam; 2 dalla Tailandia e 1 dall’India; 6 dalla Reg. Augusto Etchecopar: 4 dal Paraguay e 2 dall’Argentina; 6 dalla Reg. Michele Garicoïts: 2 dalla Provincia Italiana (1 dal Centrafrica e 1 dall’Italia), 4 dalla Provincia Francese, Delegazione della Costa d’Avorio.

L’équipe d’animazione, nominata dal Superiore Generale, ha voluto rispettare la provenienza dei giovani: P. Chan Kunu per l’Asia; P. Gustavo Agin in Terra Santa e P. Angelo Recalcati in Francia, per l’America; P. Laurent Bacho per l’Africa-Europa; P. Jean Lambert in Terra Santa, come guida sui Luoghi Santi.

Gli interventi esterni sono stati numerosi: diversi religiosi, con un posto particolare per il Superiore generale; contributi interessanti (Carmelo di Betlemme, Figlie della Croce a Igon, Ancelle di Maria e Bernardine ad Anglet); le testimonianze di diverse comunità…

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Ecco le tappe di questa sessione:

  1. à Bethléem : conoscenza reciproca e Mistero dell’Incar-nazione (1-11 giugno); Esercizi Spirituali di 10 giorni (12-21 giugno); il Mistero pasquale vissuto a Gerusalemme (22 giugno- 1° luglio);
  2. à Nazareth : vita del discepolo e dell’apostolo (1-8 luglio);
  3. in Francia: sui passi di San Michele (10-31 luglio).

Impressioni sulla Terra Santa, in particolare la Galilée : “A Nazareth, ho apprezzato Dio-amore annientato, Dio con noi”. “Sono colpito dalla semplicità di Maria all’annun-ciazione e invitato ad essere attento ai segni di Dio… Sul Carmelo, il profeta Elia mi ha interrogato sul grado della mia passione per Dio”. “Sono colpito dall’Incarnazione, Dio che si abbassa fino ad essere semplice e fragile come noi”. “A Nazareth riscopro che la santità passa di più attraverso la vita quotidiana che attraverso le cose straordinarie”. “Al Tabor, ecco la contemplazione della bellezza della trasfigurazione che devo testimoniare oggi”. “Ad A-bellin, sono sorpreso della povertà del luogo e sono spinto a contare sulla semplicità per essere disposto ad obbedire per amore”. “Al lago di Tiberiade, mi identifico con Pietro, con le mie paure, i miei fallimenti e i miei successi”.

Il tempo trascorso a Bétharram e sui passi di San Michele è stato arricchente e vissuto con intensità, nonostante la comprensibile stanchezza: è il luogo di origine che è stato da tutti molto apprezzato. Anche Ibarre ha favorito un tempo di riflessione importante malgrado la pioggia. Igon ha fatto nascere anche un grande desiderio di conversione in molti di noi. Loyola è stato il riassunto di ciò che avevamo vissuto nel corso degli Esercizi Spirituali. Lourdes ha rappresentato quest’anno di giubileo un tempo prezioso per la preghiera, il rispetto del malato, una liturgia e una devozione popolari che ci invitano alla semplicità.

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Due punti sono stati sottolineati lungo questi due mesi:

  1. la dimensione personale era determinate in questa esperienza: 1) abbiamo insistito sulla preghiera personale; questo era previsto dal programma del mattino; 2) il tempo dell’assimilazione alla fine della giornata (18-19) è stato sempre previsto lungo la sessione; 3) l’incontro con l’accompagnatore è stato fortemente raccomandato;
  2. la dimensione internazionale era importante: il nostro gruppo era ben rappresentativo della realtà della nostra Congregazione. Alcuni sono a loro agio con le lingue; altri fanno più fatica. Abbiamo affrontato questa situazione nei momenti di condivisione. La liturgia (Ufficio delle letture e Eucaristia) è stata per eccellenza il luogo di questa accoglienza di lingue diverse, anche se alcuni sono un po’ dispiaciuti per la mancanza di creatività. Gli interventi erano tradotti in tre lingue grazie a traduttori volontari che hanno fatto un lavoro nascosto del quale li ringraziamo.
Le diverse realtà della Congregazione sono state presentate, come previsto dalla lettera d’invito. Si è registrata una volontà generale per essere attenti agli altri; la pazienza nell’ascolto e il rispetto delle differenze (questo è stato favorito dalle equipe per i vari servizi). In diversi hanno sottolineato questi punti.

Unanimità attorno agli Esercizi Spirituali: nella valutazione finale, tutti hanno rilevato quanto questo tempo sia stato fruttuoso nel proseguo della sessione. Tutti hanno apprezzato il tatto e la delicatezza di P. Gustavo Agin come guida; l’accompagnamento quotidiano personalizzato ha prodotto buoni frutti in tutti; per alcuni si è trattato di una esperienza fondamentale.

Certo, nella valutazione finale è emerso anche qualche rammarico; si sono registrate delle imperfezioni, come in tutte le iniziative umane. A seconda del grado di sensibilità di ognuno, il tempo della condivisione può essere stato insufficiente, il programma troppo carico, il tempo libero troppo ridotto. Alcuni hanno ammesso che il loro coinvolgimento personale poteva essere più intenso. Ma tutti si sono trovati d’accordo nel rilevare che questo tempo è stato molto utile per assumere gli impegni propri di questa tappa; la congregazione è diventata un insieme di visi che riflettono nella diversità delle culture lo stesso carisma di san Michele. Un tempo di grazia, ma anche un tempo che chiama tutti ad un coinvolgimento più radicale.

Laurent Bacho,SCJ

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Notizie in breve

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REGIONE SAN MICHELE - DELEGAZIONE DI COSTA D'AVORIO
Tanti auguri ! È giorno di festa nella parrocchia San Bernardo di Adiapodoumé questo 14 settembre: Fr. Emmanuel Congo celebra la sua professione perpetua, mentre i Fratelli Hyacinthe e Marius (dalla Costa d'Avorio), Antoine e Aristide (dalla Reppublica centrafricana) fanno i primi voti nella Congregazione del Sacro Cuore di Gesù. Ci uniamo al Betharram africano con la preghiera e l'azione di grazia.


5 min con... Padre Alberto

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Padre Alberto Pensa, originario dell’Italia del Nord, è il superiore Vice Provinciale della Tailandia dal 2001. Approfittando della sua breve sosta a Roma, gli abbiamo posto alcune domande circa la missione e i progetti della Congregazione in quel paese.

Nef - Puoi abbozzare un rapido ritratto della tua Vice Provincia?

- Betharram in Thailandia è un mondo in piena espansione. Questa è l’impressione che ognuno ha leggendo le statistiche e i rapporti sulle professioni e ordinazioni che si sono susseguite a scadenze ravvicinate negli ultimi anni. Infatti dalle prime due ordinazioni sacerdotali del 1999, siamo arrivati alla tredicesima quest’anno 2008. Bisogna comunque valutare bene ed equilibrare tali impressioni, perché la vecchia guardia sta arrivando al termine della sua corsa. Due padri sono rientrati in patria per non essere di peso ed intralciare il lavoro dei giovani. Qualcun altro potrebbe seguirne l’esempio. Gli anziani sono oggi 7, di cui uno 87enne e praticamente infermo, gli altri sono sopra i 70.

Grazie ai giovani, Betharram in Thailandia ha ripreso vita. In vista della regionalizzazione, abbiamo diviso la “missione” in 3 comunità: Comunità di Chiang Mai, che comprende: Chiang Mai, Maepon, Huay Tong, Maetawar; Comunità del Maekong, con Huay Bong, Ban Pong, Phayao; Comunità di Sampran, composta dai formatori e dagli scolastici. Essendo presenti elementi giovani (i due terzi, senza contare scolastici), diventa difficile prevedere l’avvenire. La vita è movimento, crescita, trasformazione continua; quindi bisogna lasciare pieno campo alla speranza.

Betharram, come è percepito dalla Chiesa locale? E dalla società?

- Penso che Betharram sia ben vista e stimata proprio per le sue caratteristiche: umiltà, vita a contatto con i poveri, disponibilità ad andare dove altri non si sognano neppure di andare. Ultimo esempio: la fondazione di Maetawar. Betharram è stimata anche perché è un “segno” in mezzo ad una società cristiana Thai che è fondata sulla “grandeur” delle istituzioni scolastiche e ospedaliere. Chiesa Cattolica è simbolo di ricchezza e di potere, anche se poi farà… “beneficenza”: “io ho, io vi do”. Nella società Thai, Betharram è un granellino di polvere. Chi ne viene in contatto ha stima e rispetto.

La Congregazione è riconosciuta a livello legale? Quale importanza riveste questo aspetto?

- Legalmente, Betharram non esiste, se non come una attività della Chiesa Cattolica. Si stanno facendo passi per creare una fondazione, che possa proteggere soprattutto l’opera di Ban Pong. Le altre opere sono indirettamente coperte dalla Fondazione “Catholic Church of Thailand”, legalmente riconosciuta, in quanto sia la residenza di Chiang Mai, sia il nuovo seminario di Sampran, sono costruiti sul terreno che appartiene legalmente alla Chiesa Cattolica, quindi sicuro dal punto amministrativo e legale. Speriamo di arrivare a una conclusione entro l’anno.

Quali sonole principali sfide dal punto di vista pastorale, religioso, economico?

- Le sfide sono quelle del mondo moderno, in cui tutto è rimesso in discussione. Una volta il mondo delle minoranze etniche tra le quali operiamo, era una società semplice, ricettiva: “Roma locuta, causa finita!” . Quello che il padre diceva era parola di Dio. Oggi non è più così. I giovani studiano e subiscono facilmente l’influsso dei nuovi mezzi di comunicazione. Il scintillio delle verità proposte dai media, sono molto più attraenti della Verità misteriosa e nascosta.

Economicamente abbiamo sempre vissuto facendo piena fiducia alla Divina Provvidenza. Delusi? No. Preoccupati? A volte sì, perché, non avendo entrate regolari, nella società moderna, non è semplice sopravvivere. Qualcuno proporrebbe di aprire una scuola (con quali mezzi?), ma la scuola privata cattolica guarda al futuro con apprensione. Il calo delle nascite, lo sviluppo delle scuole governative, minano alla base le istituzioni che tanto merito hanno avuto nell’educazione di tante generazioni. Non è il momento di incamminarsi su quella strada. Altro?Difficile trovare una risposta.

In una vice-provincia in espansione, come procedere per mettere a punto e finanziare progetti e attività?


- Missione è vivere a contatto con la gente, immergersi nel loro modo di vivere semplice e umile; non è sostituirsi a loro, portarli in braccio: “io ho… io ti do”. “fare missione” non richiedeva dunque il dispiego di grandi risorse. Col seminario le cose cambiano, così pure con i centri di formazione per i giovani. Se personalmente ho potuto creare la realtà di Ban Pong (Maesai), è grazie ad aiuti di tante persone, gocce d’acqua che hanno dato origine una sorgente a getto continuo, ma sempre appena appena sufficiente. Un progetto educativo e di sviluppo, riceve aiuto e sostegno anche da chi disdegna o anche si oppone alla religione e in particolare alla Chiesa Cattolica. Per il seminario le cose cambiano. Abbiamo costruito il nuovo seminario con offerte ricevute da varie parti e rimangono ancora da pagare alcuni milioni di Baht; meglio: abbiamo terminato di pagare chiedendo dei prestiti, con l’impegno quindi della restituzione); La costruzione, in un modo o in un altro, sarà pagata.

Le spese di formazione per i seminaristi: queste non si estinguono mai, anzi tendono a crescere. Pensate che pur vivendo umilmente, con i mezzi puramente indispensabili, i costi di formazione salgono a più di tre milioni di Baht all’anno. Ed è qui che è importante portare a conoscenza di tutti quello che sta avvenendo in Thailandia. Una Vice Provincia senza entrate regolari, ma solo quelle aleatorie dei benefattori, costretta ad avere uscite di un’entità elevatissima per noi. Eppure, nonostante questo, avanti sempre. Se si chiude una porta, Dio farà aprire una finestra. Se quello che abbiamo cercato di fare è volontà di Dio, Lui troverà il modo di portare l’opera a compimento. Importantissimo è che lo spirito di Betharram non si perda.


In memoriam provincia del RIo della Plata

nef-080910.jpg P. Ceferino Arce,SCJ
1° settembre 1917 - 11 luglio 2008

Padre Ceferino nacque in una famiglia molto cristiana di Ameghino, città occidentale della Provincia di Buenos Aires, il 1° settembre 1917. Secondo di dieci fratelli, fin dalla prima infanzia imparò ad ascoltare la voce del Signore. Il passaggio dei Padri di Betharram nella sua parrocchia risvegliò in lui la vocazione missionaria. Questo lo portò all’Apostolicato di Barracas. Aveva 14 anni.

Nel 1939, appena uscito dal collegio di Barracas, fece parte del primo noviziato di Adrogué poi si recò in Terra Santa per continuare la sua formazione: fu ordinato prete a Gerusalemme il 18 dicembre 1943, e ritornò quindi al suo paese in condizioni memorabili.

Nel marzo del 1945, comincia il ministero nel collegio San José di Buenos Aires. Insegna la storia, la geografia, la lingua francese e la religione. Nell’estate 1950, è trasferito a Barracas dove il suo zelo infaticabile lo porta a fare di tutto: vicario parrocchiale, direttore della scuola primaria nel 1951, ideatore dei corsi serali nel 1958, direttore del secondario nel 1972. A questo titolo, lancia un corso professionale, e fa dello stabile il primo collegio cattolico misto della diocesi. Di fronte all’aumento degli effettivi, amplia la costruzione e crea nuove classi.

Mai soddisfatto, con uno zelo sempre ardente, nonostante le sue molteplici occupazioni e le sue lunghe giornate, padre Arce trova il tempo di accompagnare i giovani, piccoli e grandi, sani e malati, cattolici e non, e di essere vicino a loro, facendosi carico dei loro problemi. Cappellano del gruppo scout n°7, Sacro Cuore, fa propria tutta la ricchezza del movimento, la sua mistica di disponibilità così betharramita: sempre pronto non equivale forse all’eccomi? Fa sua la pedagogia dell’educare i giovani con i giovani, e la pedagogia del grande che protegge il più piccolo. Nel 1958, fonda la comunità Guide n°8 Sacro Cuore per trasmettere alle ragazze lo stesso spirito e la stessa disciplina. Sempre in movimento, generoso, con una grande passione per il canto, la preghiera, pronto allo scherzo, padre Arce, accompagna ovunque i suoi giovani, sfoggiando le insegne con fierezza e semplicità.

Nel 1992 lascia l’amata Barracas e passa attraverso diverse residenze: Adrogué, la chiesa san Giovanni Battista, il collegio de La Plata… Confessa, celebra l’eucarestia, assiste i malati, e ovunque si crea degli amici. Da La Plata è richiamato alla sua cara Barracas. Già minato dalla malattia, le sue sofferenze lo rendono consapevole dei suoi limiti, ma li accetta con buon umore: dopo che il suo medico gli ha diagnosticato una ipertrofia cardiaca, padre Arce commenta con un sorriso: Adesso è un difetto avere un cuore grande!

Il Buon Dio lo accompagnava lungo la via crucis di suo Figlio. Ma nessuno sentì mai Padre Arce lamentarsi. Il suo grande cuore non conservava alcuna traccia di risentimento, non parlava mai male degli assenti, non si è mai compiaciuto della critica… al contrario vedeva sempre il lato positivo e non perdeva occasione per farlo risaltare.

Padre Arce sapeva godere delle piccole gioie della vita: seppur malato sapeva gradire un buon piatto, un bicchiere di buon vino, un buon whisky o un cognac, il dulce de leche, i cioccolatini. A poco a poco gli attacchi dell’età riducevano la sua autonomia, la sua memoria, la sua parola, ma non gli impedivano di comunicare.

Era sempre pronto a concelebrare, a ricevere la comunione sulla sedia a rotelle, mentre i fedeli che lo vedevano passare lo accarezzavano… La notte del 10 luglio 2008 fu ricoverato in ospedale per un’occlusione intestinale. Il giorno dopo, alle 13.30, dopo aver ricevuto il sacramento degli infermi, si addormentava dolcemente.

Durante i suoi funerali, il canto intonato così tante volte da Padre Arce lo accompagnò fino «all’accampamento dove il Signore ha piantato la sua tenda e la nostra»:

E’ solo un arrivederci,
non è che un breve addio!
Presso il fuoco
Il Signore ci riunirà.

Francisco Daleoso,SCJ

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nef-080912.jpgEl Padre Etrchécopar e l'approvazione della Società del Sacro Cuore di Jesù

UN'ATTIVITÀ FRENETICA

All'indomani dell'intervento divino, si rivela piùche mai l’uomo di Dio. Davanti all'assemblea generale da lui convocata il 18 agosto 1875 per prendere conoscenza dell’approvazione romana, all'inizio della prima seduta, prende la parola e subito invita la comunità a benedire il Signore. Appena Padre Bérilhe comincia a parlare, tutti si alzano per ascoltare con raccoglimento la lettura del decreto di Pio IX che pone Bétharram sotto l'autorità della Santa Sede.

Quando il lettore finisce, Padre Estrate parla del suo felice viaggio a Roma. Il P. Generale l’interrompe per esprimere la gratitudine che ciascuno deve a Dio ed ai suoi strumenti: suor Maria di Gesù Crocifisso, Mons Lacroix, la Sig.na Dartigaux ed Padre Bianchi. Allora con emozione e gravità, come davanti ad una reliquia, prende in mano le Costituzioni romane e le presenta all'assemblea. Erano appena arrivate la mattina stessa di questo mercoledì 18 agosto 1875. Era un rotolo ancora sigillato, com’era partito dal Vaticano; prima di aprirlo, chiede di leggerlo senza dire niente, riservando le osservazioni  in successivi incontri.

Terminata la lettura, il Superiore Generale trae questa conclusione: “La maniera migliore di riconoscere la bontà visibile di Dio a nostro riguardo è di accettare puramente e semplicemente quanto è proposto da Roma, di accettare tutte le modifiche fatte alla nostra proposta e di mettere in pratica subito e risolutamente queste Regole”.

Dopo queste parole, non ci furono ulteriori discussioni, come qualcuno avrebbe augurato. Queste Costituzioni furono votate all’unanimità eccetto un voto in bianco. Dopo questo scrutinio, i capitolanti si alzarono tutti; ed il Deo gratias, lanciato dal Superiore Generale, fu accolto da tutti con un grido d’acclamazione. Con sollecitudine, ciascuno si diresse verso il santuario della Madonna per esprime il ringraziamento con un caloroso canto del Te Deum.

Come ha notato un affidabile testimone, Padre Pagadoy, “è una cosa meravigliosa che dopo dodici anni di discussioni e di sofferenze, Bétharram sia nella gioia. Tutti sono contenti di essere oramai al riparo dagli ondeggiamenti e, sulla roccia di Pietro, di ritrovare l’eredità e la dottrina del loro caro Padre Fondatore”.

Pierre Miéyaa,SCJ (1901-1981)

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La redazione è a cura del Consiglio Generale.

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